Il compromesso: preferenze sì, ma il potere resta ai partiti

martedì 14 luglio 2026


Da settimane il dibattito sulla riforma della legge elettorale viene raccontato come uno scontro tra chi vuole restituire agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti e chi, invece, intende conservare il sistema delle liste bloccate. È una rappresentazione suggestiva, ma solo parzialmente aderente alla realtà.

La questione decisiva è un’altra. Il vero confronto riguarda la distribuzione del potere nella selezione della futura classe parlamentare. Le preferenze sono soltanto uno degli strumenti attraverso cui questo equilibrio può essere modificato, ma non ne rappresentano il cuore.

L’emendamento presentato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc ha riaperto una trattativa che sembrava essersi fermata. Non è ancora il momento delle conclusioni, ma il clima politico suggerisce che un punto d’incontro sia ormai alla portata. Del resto, nessuna forza della maggioranza ha interesse a trasformare la riforma elettorale in un terreno di scontro capace di incrinare gli equilibri della coalizione.

La ragione è semplice. Ogni legge elettorale non disciplina soltanto il modo in cui si vota; definisce soprattutto il rapporto tra gli elettori, i partiti e le rispettive leadership. Da questo punto di vista, il sistema dei capilista bloccati ha restituito alle segreterie un potere di selezione che, nelle stagioni delle preferenze, risultava inevitabilmente più limitato.

È difficile immaginare che le forze politiche rinuncino spontaneamente a questa prerogativa. La possibilità di individuare in anticipo una parte degli eletti costituisce uno strumento essenziale per garantire la presenza in Parlamento delle figure considerate strategiche, mantenere gli equilibri territoriali e assicurare una maggiore coesione ai gruppi parlamentari. Si può discutere se ciò rafforzi o impoverisca la qualità della rappresentanza, ma è difficile negare che questa sia oggi una delle principali leve del potere interno ai partiti.

Per questa ragione appare improbabile un ritorno pieno al voto di preferenza. Molto più plausibile è una soluzione di compromesso: alcune preferenze, probabilmente fino a tre, accompagnate dall’alternanza di genere, ma all’interno di un impianto che continui a prevedere capilista bloccati. Una modifica sufficiente a offrire un segnale di maggiore apertura verso gli elettori, senza però alterare l’architettura del sistema.

Non è un caso che le diverse componenti della maggioranza abbiano mostrato sensibilità differenti. Lega e Forza Italia continuano a guardare con prudenza a un ritorno esteso delle preferenze, consapevoli del rischio di alimentare competizioni personali, campagne elettorali sempre più costose e una frammentazione del consenso interno. Fratelli d’Italia, pur avendo riaperto il confronto, non ha mai lasciato intendere veramente di voler rinunciare al principio secondo cui la composizione delle liste deve restare, in misura significativa, una responsabilità dei partiti.

Il punto, allora, va oltre la tecnica legislativa. Una democrazia rappresentativa ha bisogno di partiti solidi, ma ha bisogno anche di eletti che possano rivendicare un rapporto diretto con il corpo elettorale. Trovare un equilibrio tra queste due esigenze è il problema che accompagna da decenni tutte le riforme elettorali italiane e che nessun sistema è riuscito a risolvere definitivamente.

È altamente probabile che anche questa volta prevalga la tradizione italiana del compromesso. Le preferenze potrebbero tornare, ma senza scalfire davvero il ruolo centrale delle segreterie nella formazione delle liste. Gli elettori recupererebbero una piccola quota di scelta, mentre i partiti conserverebbero il controllo sulla parte decisiva della rappresentanza.

In fondo, è questa la natura del confronto in corso. Non tanto una discussione sulla libertà di scelta degli elettori, quanto una riflessione sul delicato equilibrio tra partecipazione democratica e funzione organizzativa dei partiti. Un equilibrio destinato a cambiare nei dettagli, ma difficilmente nella sostanza.


di Salvatore Di Bartolo