“Whatever it takes”

venerdì 3 luglio 2026


Sembra francamente impossibile che il livello dell’elaborazione politica sia sceso talmente in basso da non comprendere che le dichiarazioni di Giorgia Meloni sul prossimo presidente della Repubblica non sono né improvvide alla vigilia del voto sulla legge elettorale, come dicono i detrattori, né incomprensibili come vanno cianciando i sempliciotti. Riavvolgiamo il nastro e vediamo cosa ha detto il Premier: “Un presidente della Repubblica non di centrosinistra potrebbe non essere più un tabù”, e ha poi aggiunto che chi non è di sinistra “non è figlio di un dio minore, ha gli stessi diritti” e quindi può legittimamente puntare anche al Colle più alto.

Non bisogna essere un politologo del calibro del compianto Giovanni Sartori per comprendere che il messaggio è chiarissimo ed ha tre destinatari. Il primo destinatario sono gli alleati di governo che sulla legge elettorale stanno andando in ordine sparso. L’invito è inequivocabilmente a ricompattarsi evitando di porgere il fianco perché è in ballo la composizione del prossimo Parlamento e sono in ballo gli equilibri delicatissimi che porteranno alla scelta del prossimo capo dello Stato. Le condizioni perché la maggioranza possa presentarsi coesa non possono che crearsi oggi perché le tensioni di oggi rischiano di creare i presupposti per i franchi tiratori di domani.

Il secondo destinatario del messaggio meloniano è sicuramente il corpo elettorale: il flop referendario ha chiaramente dimostrato che un elettore non adeguatamente motivato è un potenziale astenuto. Il tentativo è quello di fornire una prospettiva, un sogno che metta nelle condizioni l’elettore di sentirsi parte attiva nel contribuire a spazzare via quella regola non scritta che vuole il capo dello Stato come figura del centro che guarda a sinistra o della sinistra. Giorgia Meloni con le sue dichiarazioni sta cercando di far comprendere agli elettori la centralità delle prossime elezioni politiche e la portata storica di un successo del centrodestra che può addirittura ambire ad esprimere il prossimo capo dello Stato.

Dinamica quest’ultima che è strettamente connessa a ciò che succede a destra del centrodestra. L’ultimo messaggio infatti è recapitato proprio a Roberto Vannacci e a coloro che pensano di votare per Futuro Nazionale. Se il generale non si accoderà (senza alzare troppo il prezzo) a chi vuole aprire le finestre del Quirinale, cambiare aria e fare la storia, allora avrà tradito quello stesso ideale che dice di voler incarnare. E se non si accoderà Vannacci, allora il tentativo sarà quello di fare in modo che siano gli elettori ad accodarsi spinti da una motivazione più alta e nobile della schermaglia tra fazioni.

Fin qui il retroscena. Passando invece alla parte più realistica della vicenda e prescindendo dal sogno, è chiaro a tutti quanto l’idea di un centrodestra che in solitaria si elegge un proprio esponente sia suggestiva ma irrealizzabile alla luce dei pesi e contrappesi che regolano l’elezione al Colle. Stai a vedere che, alla fine, l’uomo non di centrosinistra che piace tanto alla destra e che trova anche il favore di alcuni pezzi dell’attuale opposizione non sia proprio quel Mario Draghi che tanto feeling ha dimostrato con Giorgia Meloni. E stai a vedere che, scoprendo la carta dopo le elezioni, “super Mario” non sia proprio il pezzo mancante del puzzle che mette d’accordo tutti e che neutralizza l’ondata emotiva che fa volare Vannacci nei sondaggi.


di Vito Massimano