giovedì 2 luglio 2026
“Noi riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali e sono dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili; che tra questi vi sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità”. Si tratta del passaggio chiave della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776. Parole che vengono pronunciate il 4 luglio negli Stati Uniti in ricordo non solo dell’atto di nascita della nazione, ma come simbolo politico della modernità democratica. Quest’anno, in occasione dei 250 anni, quelle frasi nel momento in cui verranno scandite accanto alla storica fierezza sveleranno un forte senso d’incertezza e di sfiducia nei partiti, nelle istituzioni, nella giustizia, ma soprattutto in sé stessi. Sembra quasi una classica beffa della storia. Ciò accade nel momento in cui gli indici che registrano il livello di innovazione economico-industriale, la qualità della ricerca scientifica, la capacità di attrarre capitale umano, virano tutti verso l’alto. Vale la pena di ricordare ciò che rispose nel 1787 Benjamin Franklin, durante la Convenzione di Filadelfia, a un giornalista che chiedeva quale forma di governo stesse nascendo: “Una repubblica, se saprete conservarla”.
Franklin con quella breve battuta intendeva mettere tutti sul chi vive ricordando che le costituzioni si possono scrivere anche una sola volta, mentre la democrazia necessita di una difesa continua. Ammonimento valido più che mai in questi anni, laddove la polarizzazione politica sembra avere superato ampiamente il livello di guardia. Oggi sullo stesso territorio convivono due Americhe divise nei valori fondamentali e ostinate a non riconoscere legittimità agli avversari politici. Il compromesso, architrave delle democrazie liberali e motore del sistema statunitense, viene ormai percepito come cedimento morale. Già George Washington, nel suo discorso di commiato dalla Casa Bianca nel 1797, aveva avvertito i suoi concittadini dei pericoli dello spirito di fazione, osservando che i partiti avrebbero potuto diventare “un potente motore attraverso il quale uomini astuti e senza princìpi avrebbero potuto sovvertire il potere del popolo”. Letto oggi se ne comprende tutta l’attualità.
Il vero nodo, dunque, non è la forza economica degli Stati Uniti, che rimane straordinaria, né la loro capacità di leadership, che, seppure immersa in un mondo multipolare, continua a pesare in modo considerevole. Il nodo è se gli americani riusciranno a ricostruire quel patrimonio immateriale fatto di fiducia, moderazione e senso delle istituzioni che ha permesso alla repubblica di attraversare due secoli e mezzo di storia. Ogni 4 luglio gli americani celebrano la nascita della loro libertà. Quest’anno dovrebbero forse ricordare ancora di più l’ammonimento di Benjamin Franklin, ovvero che la repubblica non è un’eredità garantita, ma una responsabilità quotidiana. La vera domanda non è se gli Stati Uniti resteranno una superpotenza, ma se sapranno continuare a essere una democrazia di nuovo in grado di riconoscersi in un destino comune. È questa la sfida che il 250° anniversario dell’Indipendenza consegna all’America. E, con essa, a tutto l’Occidente.
di Francesco Carella