martedì 23 giugno 2026
Nella tradizione costituzionale americana il Presidente esercita funzioni pubbliche e istituzionali di delicata rilevanza. Donald Trump, invece, vive la suprema carica che ricopre come se fosse un’estensione della sua personalità. Egli identifica sé stesso con lo Stato, è convinto che il suo prestigio individuale coincida con l’interesse nazionale e che le relazioni personali siano tutt’uno con la diplomazia degli Stati Uniti.
Con il suo arrivo alla Casa Bianca è stata battezzata una nuova forma di rappresentazione pubblica, ovvero la politica intesa come teatro dell’io ipertrofico del Capo. Egli recita seguendo un copione ben definito mutuato dalle transazioni immobiliare e rafforzato dalle regole dello spettacolo televisivo. Mondi e linguaggi specifici che il tycoon conosce molto bene essendosi formato in quegli ambienti.
Per Trump, l’alleato non è soltanto un partner più o meno strategico, è qualcuno che gli deve dimostrare rispetto personale. Pertanto, il dissenso non rientra − come dovrebbe essere normale in una democrazia liberale − nella forma della divergenza politica, ma viene percepito come un’offesa personale.
In un contesto simile, si colloca l’episodio più recente relativo allo scontro con il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni. Dopo mesi di tensioni, Trump ha sostenuto pubblicamente che “Meloni lo avrebbe implorato per una foto durante il recente G7 a Evian e che lui avrebbe acconsentito solo per pietà”. Si tratta di un falso clamoroso e di una villania senza pari. Del resto, seppure ricorrendo a toni meno volgari, lo stesso approccio lo ha avuto più volte nei confronti degli alleati Nato nei mesi scorsi alternando apprezzamenti e minacce in funzione della loro disponibilità a soddisfare le sue richieste.
Quando un presidente trasforma una disputa personale in una crisi diplomatica; quando l’umiliazione pubblica di un alleato diventa un obiettivo in sé; quando il prestigio individuale si confonde con quello dello Stato, quando tutto questo accade, “il rischio di precipitare nell’irrazionalità politica è molto alto… il buon governante è colui che domina le passioni”. Parola del padre del realismo classico, Hans Morgenthau.
Trump sembra fare l’opposto, utilizza le passioni come strumento di governo. Egli rappresenta, come si legge in alcuni think tank democratici, il primo Presidente americano post-Guerra fredda e post-liberale. Per quasi ottant’anni i numeri uno della Casa Bianca sono stati i custodi dell’ordine internazionale maturato dopo il Secondo conflitto mondiale. Trump si presenta, invece, come difensore di una nazione che ritiene essere stata sfruttata dagli altri.
Nella sua visione non esistono alleanze permanenti, ma transazioni. Non esistono amicizie storiche, ma rapporti di forza. Sempre Morgenthau scrive che “una grande potenza non può essere governata soltanto dal carattere del suo leader. La politica estera richiede istituzioni, continuità, prudenza e senso del limite”.
Mentre Raymond Aron, un altro grande studioso di rapporti internazionali, osserva che “la forza di una grande potenza non consiste solo nella capacità di intimidire, ma anche nella capacità di essere prevedibile, affidabile e comprensibile per i propri alleati”. Giusto il contrario di quanto fatto fin qui da Donald Trump.
A questo punto la domanda da porre è: “Una sola personalità politica (nella fattispecie assai volubile) può sostituire la forza delle istituzioni?”. Risponderà il futuro.
di Francesco Carella