mercoledì 17 giugno 2026
Beati i nostri illuminati opinionisti e commentatori del politicamente-corretto che hanno capito tutto dell’intesa raggiunta tra l’amministrazione statunitense e il regime iraniano senza bisogno di approfondire una “cippa lippa” di ciò che è successo, a livello diplomatico, tra i due Paesi in guerra. Perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli sputasentenze che affollano i talk show per mostrare al popolo bue quanto Donald Trump sia un pazzo invasato, un bambinone cresciuto male, capriccioso e volubile che quando gli gira male volti i tacchi e va via lasciando amici e supporter in braghe di tela. Perché di essi è il regno dei cieli.
Beati i leader della sinistra, con il corredo al seguito dell’immondo codazzo di sgherri “sfascisti” di rosso agghindati, ai quali del popolo iraniano in lotta contro il regime degli ayatollah non è fregato nulla salvo, oggi, a fingere di avere a cuore le loro sorti, pur di sostenere che Trump sia stato sconfitto dal regime iraniano e l’accordo di tregua che verrà siglato venerdì prossimo non sarà altro che l’armistizio del “Grande Satana” americano, insieme al suo sodale: il “piccolo Satana” israeliano. Perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli illusi che credono, o fingono di credere, che da qualche parte nel mondo dei sogni vi sia un’Europa, guidata da una manica di nani supponenti e rissosi, in grado di contare qualcosa sullo scenario globale. Perché di essi è il regno dei cieli.
Beati i progressisti che si ostinano a ripetere che sia Emmanuel Macron ˗ il cialtrone di sempre, che ha provato a mettere cappello sull’accordo di tregua nel Golfo intestandosi la guida di un’ipotetica missione navale europea per lo sminamento dello Stretto di Hormuz ben sapendo che gli unici in grado di fare al meglio il lavoro di ripulitura di quelle acque non sia la Marina francese ma quella italiana ˗ il leader al quale Giorgia Meloni e con lei tutta l’Italia dovrebbe ispirarsi e alla cui visione geopolitica, da blasonati con le pezze al sedere, sottostare. Perché di essi è il regno dei cieli.
Beati i creduloni che si dicono certi che il prezzo del petrolio crollerà drasticamente un minuto dopo la firma dell’accordo Usa-Iran e che tutto tornerà come prima e noi occidentali riprenderemo a riempirci le tasche di denari come se nulla fosse accaduto in questi mesi di guerra e di ricatto islamista al resto del mondo. Perché di essi è il regno dei cieli.
Beati i sempliciotti pronti a scommettere che mai gli iraniani riproveranno a ricattare l’Occidente forzando la chiusura non più di Hormuz ma dello Stretto di Bab el-Mandeb che collega il Mar Rosso all’Oceano indiano. Non agiranno direttamente ma si serviranno dei loro proxy, i sicari yemeniti prezzolati delle bande houthi. Perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli in malafede che sperano che Trump molli gli israeliani perché questi fuggano con la coda tra le gambe dal Libano del sud di modo che il territorio e la gente di Israele possano continuare a essere bombardati, dopo l’accordo siglato tra Washington e Teheran, da quei bravi ragazzi degli hezbollah. Perché di essi è il regno dei cieli.
Beati i puri e onesti pro-Pal che non fanno mistero di sognare la messa al bando del sionismo quale male assoluto dell’umanità e che invocano una Palestina dal fiume al mare per il ricongiungimento del Dio del Corano con il suo popolo. Perché di essi è il regno dei cieli.
Beati coloro che, a sinistra, brindano pensando che sia giunto il momento di spingere la causa palestinese a chiudere il conto una volta per tutte con l’odiato ebreo, l’occupante illegittimo dell’altrui terra, l’alieno da dover espungere dal libro della storia umana, il razzista responsabile di tutte le nakba. Perché di essi è il regno dei cieli.
Beati coloro che stanno intonando il de profundis alla destra internazionale, con Viktor Orbàn morto e sepolto (politicamente), Donald Trump in procinto di essere impallinato alle vicine elezioni di midterm, e Giorgia Meloni che non se la passa bene adesso che l’ardito generale Roberto Vannacci le ha puntato il pugnale alla gola e minaccia di affondare il colpo. Perché di essi è il regno dei cieli.
Sia detto senza astio e con assoluta serenità d’animo: se questo è il Paradiso che ci attende, ne facciamo volentieri a meno.
Non se la prendano i cattolici, non vogliamo essere blasfemi ma ci provoca un moto di disgusto - solo parzialmente attenuato da una salutare ironia - assistere allo spettacolo indecente dei sinistri saputelli che, pur di andare contro tutto ciò che lontanamente abbia odore di destra, sono pronti a manipolare la realtà in barba a qualsiasi forma di onestà intellettuale.
Manca solo che si dica di Trump e degli americani che sono i soliti inaffidabili, quelli che prima illudono i popoli e poi li abbandonano al loro destino. Vietnam, Iraq, Afghanistan, una lunga teoria di innamoramenti finiti in altrettanti voltafaccia. Detta da loro è solo sudicia propaganda provocatoria. Raccontata da noi, che stiamo sulla stessa sponda dei “cattivi” invisi “all’umanità migliore” dei buoni progressisti, la verità acquista tutt’altro peso. E credibilità.
E allora ammettiamolo che qualcosa ci disturba, un qualcosa che proprio non vuole quadrare nell’hortus conclusus delle nostre certezze ideologiche. Non sappiamo dirvi, in coscienza, se l’accordo che si profila con i tagliagole del regime iraniano, a distanza di tempo, possa rivelarsi un bene per la popolazione iraniana stremata e oppressa o, invece, divenga la tomba delle loro aspirazioni alla libertà. Siamo preoccupati per le sorti delle donne, dei giovani, e di tutti coloro che si sono battuti a viso aperto e a fronte alta contro i pasdaran e gli aguzzini basij. Che ne sarà di loro se il regime si rafforza e acquisisce stabilità grazie all’accordo di tregua raggiunto con gli Usa su un piano negoziale svolto alla pari?
Cionondimeno, vogliamo credere che, nell’evolversi della dinamica diplomatica, abbia trovato spazio un bug inserito nella macchina dell’integralismo religioso-tirannico degli ayatollah e che questo bug lavori, come un virus letale, a sgretolare il sistema repressivo dall’interno; che il cambiamento così a lungo desiderato per la società iraniana non giunga all’improvviso, a seguito di una sincope del regime, ma lentamente, giorno dopo giorno, passo dopo passo.
Al momento, non possiamo fare altro, non possiamo sperare altro, ben guardandoci dal fare disfattismo pro-tagliagole islamici. Se non si è in malafede bisogna comprendere che sempre le questioni attinenti al Medio Oriente e, più in generale, a quella vasta regione del mondo, non possono essere lette con il solo ausilio delle lenti democratiche. L’approccio deve essere necessariamente originale, fuori dagli schemi convenzionali. Un antico proverbio pashtun, a proposito della diversità ontologica che corre tra Occidente e Oriente, recita: “Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo”.
Comunque la si pensi di una cosa occorre essere certi: per una vera pace nell’area occorrerà tempo. Non quello della comunicazione via social, ma quello lungo che attraversa le generazioni.
Un consiglio: i giornali, che in queste ore sfornano giudizi a gogò su ciò che sta accadendo nella regione del Golfo, su chi abbia vinto e chi abbia perso tra americani, israeliani e iraniani, usateli per incartare le interiora dei pesci che avrete eviscerati prima della cottura. La carta stampata avrà così svolto un servizio di utilità sociale anche se finirà irrimediabilmente nel cassonetto dei rifiuti.
D’altro canto, sic transit gloria mundi.
di Cristofaro Sola