martedì 16 giugno 2026
C’è qualcosa di profondamente grottesco nel chiedere a qualcuno di esibire un patentino ideologico per poter partecipare al dibattito pubblico. Ancora più paradossale quando ciò avviene nell’ambito di iniziative che rivendicano apertamente, già nel nome, la parola “liberi”.
Liberi di cosa, esattamente?
Liberi di esprimersi, ma solo dopo aver certificato il proprio allineamento politico? Liberi di partecipare soltanto a condizione di sottoscrivere una professione di fede ritenuta accettabile dagli organizzatori? Liberi, sì, ma soltanto dopo aver dimostrato la propria conformità ideologica?
La richiesta di una patente antifascista per gli editori non è soltanto inutile. È il sintomo di una cultura politica che sembra aver smarrito il significato stesso del concetto di pluralismo.
In una democrazia liberale non dovrebbero contare le autocertificazioni morali. Se qualcuno commette reati, incita alla violenza o viola la legge, esistono già strumenti giuridici per intervenire. Pretendere una dichiarazione di purezza ideologica significa invece spostare il confronto dal terreno delle idee a quello dell’appartenenza.
Come a dire: prima dimostra di essere uno dei “buoni”, poi forse avrai diritto di parola.
Ma la libertà non funziona esattamente così. Non consiste nel parlare dopo aver ottenuto un lasciapassare. Consiste, al contrario, nel poter esprimere le proprie opinioni senza dover chiedere autorizzazioni. Consiste nel confronto aperto, soprattutto con chi la pensa diversamente.
C’è poi un ulteriore paradosso in questa bizzarra vicenda. Chi invoca questi patentini si presenta spesso come il guardiano della tolleranza, dell’inclusione e delle libertà civili. Eppure, finisce puntualmente per tracciare nuovi confini morali, distinguendo tra cittadini ritenuti degni e cittadini considerati indegni di partecipare alla discussione pubblica.
Così facendo, l’antifascismo viene ridotto ora a una formula burocratica da recitare meccanicamente, ora a un lasciapassare da esibire all’ingresso. Si trasforma in un rituale svuotato del suo significato storico e civile: una parola d’ordine utilizzata non per difendere la democrazia, ma per delimitare il recinto dei legittimati.
E allora la domanda sorge spontanea: se per parlare bisogna prima ottenere un patentino, se il dissenso viene guardato con sospetto e l’accesso al dibattito è subordinato a una preventiva dichiarazione di conformità ideologica, perché continuare a utilizzare a sproposito la parola “liberi”?
Ma liberi di che?
di Salvatore Di Bartolo