Ogni anno la lista delle Foreign Terrorist Organizations (FTO) del Dipartimento di Stato americano offre una fotografia delle minacce che gli Stati Uniti considerano prioritarie per la propria sicurezza nazionale. Non si tratta soltanto di un elenco burocratico: è uno strumento politico, diplomatico e finanziario che riflette la visione americana del mondo e delle sue instabilità.
Tra i nomi più noti figurano gruppi jihadisti come Al-Qaeda e le sue affiliate regionali, lo Stato Islamico (Isis) e le sue diramazioni in Africa e Asia. Sebbene l’attenzione mediatica occidentale si sia progressivamente allontanata dai grandi attentati che hanno segnato gli anni Duemila, queste organizzazioni continuano a rappresentare una minaccia concreta.
Se Al-Qaeda appare oggi meno visibile rispetto al passato, la sua struttura decentrata le ha consentito di sopravvivere e adattarsi. Lo Stato Islamico, sconfitto territorialmente in Iraq e Siria, ha invece trasformato la propria presenza in una rete globale capace di operare attraverso cellule locali e gruppi affiliati.
Accanto al terrorismo jihadista, la lista comprende organizzazioni coinvolte nei conflitti mediorientali. Tra queste spicca Hezbollah, attore centrale nella politica e nella sicurezza del Libano. La sua inclusione nell’elenco americano evidenzia una delle principali divergenze tra Washington e altri attori internazionali: per gli Stati Uniti Hezbollah è un’organizzazione terroristica nella sua interezza, mentre alcuni Paesi distinguono tra ala politica e ala militare.
Analogo discorso riguarda Hamas, tornato al centro dell’attenzione globale dopo gli eventi che hanno sconvolto il Medio Oriente negli ultimi anni. La sua presenza nella lista americana rappresenta uno dei nodi più delicati del dibattito internazionale, poiché si intreccia con la questione palestinese, il conflitto israelo-palestinese e la stabilità dell’intera regione.
La lista include inoltre organizzazioni nate in contesti locali ma capaci di assumere una dimensione internazionale. È il caso di Boko Haram in Nigeria e di Al-Shabaab nel Corno d’Africa. Entrambi i gruppi dimostrano come il terrorismo contemporaneo sia sempre meno concentrato in un’unica area geografica e sempre più diffuso lungo le fragili periferie del sistema internazionale.
Negli ultimi anni, tuttavia, il cambiamento più significativo riguarda l’allargamento del concetto stesso di minaccia. Washington ha iniziato a utilizzare strumenti originariamente concepiti per il contrasto al terrorismo anche nei confronti di alcune organizzazioni criminali transnazionali. Questa evoluzione riflette una realtà sempre più evidente: il confine tra terrorismo, criminalità organizzata, traffico di droga e reti paramilitari è diventato sfumato.
La lista FTO racconta quindi una trasformazione profonda. Se nei primi anni successivi agli attentati dell’11 settembre il terrorismo era percepito come una minaccia prevalentemente ideologica e religiosa, oggi esso assume forme più ibride. Le organizzazioni armate si finanziano attraverso attività criminali, sfruttano le tecnologie digitali, utilizzano i social media per la propaganda e operano in contesti di Stati fragili o in guerra.
Naturalmente, nessuna lista può essere considerata neutrale. Ogni designazione riflette valutazioni politiche oltre che di sicurezza. Alcuni governi considerano determinate organizzazioni come movimenti di resistenza; altri le classificano come gruppi terroristici. Questa divergenza è destinata a rimanere uno degli aspetti più controversi della politica internazionale contemporanea.
Tuttavia, al di là delle dispute diplomatiche, emerge un dato incontestabile: il terrorismo non è scomparso. Ha cambiato geografia, struttura e modalità operative. Le grandi organizzazioni centralizzate hanno lasciato spazio a reti più flessibili, affiliate locali e gruppi capaci di adattarsi rapidamente alle crisi regionali. La lista del Dipartimento di Stato americano, più che un catalogo del passato, appare dunque come una mappa delle instabilità del presente.
Comprendere chi vi compare significa comprendere dove si concentrano oggi le principali fratture geopolitiche del pianeta: dal Medio Oriente all’Africa subsahariana, dall’Asia meridionale alle nuove frontiere della criminalità transnazionale. E significa riconoscere che la lotta al terrorismo, a venticinque anni dall’11 settembre, resta una delle sfide centrali del XXI secolo.
Aggiornato il 15 giugno 2026 alle ore 12:28
