L’Italia agli italiani e il ritorno del “pensierocidio”

lunedì 15 giugno 2026


C’è stato un tempo in cui la scuola era il luogo del libero dibattito, del confronto, persino dello scontro ideale. Oggi, a quanto pare, si sta trasformando in un tribunale inquisitorio dove il dissenso o l’espressività provocatoria non vengono ribattuti con la logica, ma stroncati con la coercizione culturale.

​Il caso dei ragazzi puniti per aver esposto uno striscione con la scritta “L'Italia agli italiani” non è solo un trafiletto di cronaca scolastica: è il sintomo di un fallimento educativo sistemico. Una vicenda che lascia sbigottiti per la sproporzione della pena e per i metodi di “rieducazione” che sanno tristemente di accanimento ideologico.

I FATTI: COSA È ACCADUTO E DOVE

​La vicenda si è consumata tra le mura di un istituto superiore italiano, dove un gruppo di studenti ha deciso di manifestare il proprio pensiero – condivisibile o meno – calando dalle finestre della scuola uno striscione con uno slogan storico: “L’Italia agli italiani”.

​La reazione del Dirigente Scolastico e del Consiglio di Classe non si è fatta attendere, ed è stata di una severità draconiana. Nessuna assemblea di istituto per parlarne, nessun dibattito aperto tra studenti di opposte visioni. La risposta è stata puramente punitiva: un sei in condotta sulla pagella dei responsabili e l’obbligo di svolgere una tesina riparatoria sull’Africa e sulle sue popolazioni.

SE IL SEI IN CONDOTTA DIVENTA UN’UMILIAZIONE DI STATO

Il sei in condotta è un provvedimento pesante, una macchia sul percorso scolastico che penalizza i ragazzi non per i loro voti, ma per la loro dignità di studenti. Applicare una sanzione simile per uno striscione non violento significa equiparare la libertà di espressione (o l’atto di provocazione politica) a un atto di bullismo, al vandalismo, o all’aggressione verbale.

​Quando il voto in condotta smette di misurare il rispetto delle regole civili e inizia a misurare il grado di conformismo ideologico agli standard della presidenza, la scuola ha già perso la sua missione.

LA TESINA SULL’AFRICA: METODI DA RIEDUCAZIONE FORZATA

​Ciò che suscita maggiore indignazione è la natura della “pena accessoria”: costringere i ragazzi a redigere una tesina sull'Africa. Qui non siamo di fronte a una sanzione disciplinare, siamo davanti a una vera e propria coercizione culturale che evoca spettri del passato.

​Imporre uno studio mirato come “punizione” ottiene due effetti catastrofici:

1) ​Svaluta la cultura: studiare l’Africa, la sua storia millenaria e la sua complessa demografia dovrebbe essere un piacere o un percorso didattico, non una condanna o un “lavaggio del cervello” riparatorio.

2) ​Ricorda la rieducazione politica: questo metodo rievoca i modelli più bui del Novecento (e no, non solo il fascismo, ma ogni totalitarismo che ha usato la cultura come cinghia di trasmissione del pensiero unico).

Se non la pensi come il sistema, il sistema ti costringe a studiare ciò che decide lui finché non ti allinei.

​UNA FRASE BANALE, TUTELATA DALLA COSTITUZIONE

​Ma veniamo al cuore del paradosso. Quale reato contro l’umanità avrebbero commesso questi studenti? Hanno scritto “L'Italia agli italiani”. Una frase che, a ben guardare, rasenta la banalità lapalissiana ed è pienamente contemplata dallo spirito e dal testo della nostra Costituzione.

L’Italia è lo Stato sovrano dei cittadini italiani. E chi sono gli italiani? Chiunque detenga la cittadinanza, sia esso nato da generazioni in questo Paese o l’abbia acquisita ieri secondo le leggi vigenti, indipendentemente dal colore della pelle o dalle origini. Dire che l’Italia appartiene a chi ne è cittadino è un’ovvietà giuridica.

Trasformare questa frase in un tabù innominabile, in un sinonimo automatico di razzismo da punire con il pugno di ferro, è una regressione culturale spaventosa. Significa che la scuola non è più capace di scindere lo slogan politico dalla minaccia reale.

​UN FALLIMENTO CHE NON POSSIAMO TACERE

​Questa vicenda impone una riflessione urgente che non può essere liquidata con la solita retorica del politicamente corretto. ​Se la scuola risponde alle provocazioni dei giovani sprangando le finestre del pensiero e imponendo compiti punitivi, significa che ha rinunciato a educare. Ha scelto la via più comoda e più violenta: quella del silenzio imposto per decreto. Una violenza istituzionale che non si può tollerare e, soprattutto, che non si può tacere.

Chi difende la libertà d’espressione oggi non può voltarsi dall’altra parte.


di Alessandro Cucciolla