venerdì 5 giugno 2026
C’è una forma particolarmente insidiosa di arroganza nel dibattito pubblico nostrano: quella di chi si convince di detenere il monopolio della virtù. È una postura che negli anni ha caratterizzato una parte del giornalismo italiano e che trova forse la sua espressione più compiuta nell’universo culturale costruito attorno a Il Fatto Quotidiano. La sua forza non consiste soltanto nel denunciare, investigare e accusare. Molti giornali lo fanno. La sua peculiarità è un’altra: costruire un racconto nel quale gli errori appartengono sempre agli altri. I partiti sbagliano. Le istituzioni sbagliano. I giornali concorrenti sbagliano. Ma raramente, quasi mai, il Fatto sembra contemplare la possibilità che a sbagliare possano essere anche i suoi. È una concezione quasi teologica del giornalismo. Non esiste il dubbio, non esiste l’autocritica, non esiste una revisione del proprio ruolo. Esistono i fatti, naturalmente, ma esiste soprattutto la convinzione di rappresentarli in una forma così pura da rendere superflua qualsiasi riflessione sui propri limiti. Ma il problema, sia chiaro, non è che un giornale commetta errori. L’errore è fisiologico in qualunque attività umana che abbia a che fare con l’interpretazione della realtà. Il problema nasce quando un giornale costruisce la propria identità sulla presunzione di esserne immune.
Da qui deriva quella sensazione di permanente superiorità morale che accompagna molte delle sue campagne. Non basta avere ragione su un fatto. Bisogna anche dimostrare che chiunque non condivida quella lettura sia moralmente sospetto. Non basta denunciare una contraddizione. Occorre collocare l’avversario in una categoria etica inferiore. Il confronto lascia spazio al processo, la critica alla delegittimazione. È una dinamica che finisce per produrre un paradosso. Chi passa anni a chiedere conto agli altri delle proprie responsabilità dovrebbe essere il primo a praticare l’esercizio dell’autocritica. Chi pretende trasparenza dovrebbe accettare di essere giudicato con gli stessi criteri che applica agli altri. E invece accade spesso il contrario: il rigorismo morale diventa una sorta di scudo che protegge da qualsiasi esame di coscienza. La convinzione di non sbagliare mai genera inevitabilmente una deformazione dello sguardo. Se si parte dall’idea di essere sempre dalla parte giusta della storia, ogni fatto diventa una conferma della propria tesi. Ogni critica viene interpretata come un tentativo di delegittimazione. Ogni forma di dissenso come un’ulteriore prova della corruzione altrui.
Ma il giornalismo non dovrebbe essere una religione civile. Non dovrebbe produrre fedeli, bensì lettori. Non dovrebbe dispensare assoluzioni e condanne definitive, ma aiutare a comprendere la complessità della realtà. E la complessità, per definizione, impone anche la possibilità di sbagliare. La vera autorevolezza, del resto, non nasce dall’infallibilità. Nasce dalla capacità di riconoscere i propri limiti. Un giornale che ammette un errore dimostra di essere consapevole della propria natura umana. Al contrario, chi si presenta costantemente come giudice degli altri e mai di sé stesso rischia di cadere in una trappola infernale: trasformare il giornalismo in una forma di narcisismo morale, per cui il cronista smette di interrogare la realtà e comincia ad amministrarla.
di Salvatore Di Bartolo