mercoledì 3 giugno 2026
I cambiamenti spaventano. L’Intelligenza artificiale ancora di più. Eppure, basta srotolare la pellicola della storia per accorgersi che il futuro, a cadenza regolare, arriva come un ciclone e manda in soffitta il mondo di ieri. È il destino di ogni epoca.
Ciò che appare rivoluzionario e minaccioso finisce per ridisegnare il paesaggio umano, economico e culturale. Ieri furono protagonisti la macchina a vapore, l’elettricità, l’automobile, internet. Oggi la rivoluzione prende il nome di Ia. La risposta della società è quella di sempre: si ha paura, ma se ne avverte il fascino.
Le prospettive che si aprono sono immense. Solo per richiamarne alcune. Nel campo della medicina, algoritmi avanzati possono individuare tumori con una precisione superiore a quella umana, accelerando diagnosi e cure. Nelle attività lavorative quotidiane, l’Ia può essere uno strumento validissimo per aumentare produttività ed efficienza. Persino la lotta al cambiamento climatico potrebbe beneficiare dell’enorme quantità di dati elaborati grazie ad essa. Eppure, accanto all’entusiasmo crescono, e a ragion veduta, anche perplessità e interrogativi.
La domanda che ci si pone è semplice: se le macchine potranno scrivere, progettare, programmare, svolgere molte attività meglio e più velocemente degli esseri umani, quali professioni sopravviveranno?
Dalla storia economica abbiamo appreso che le innovazioni distruggono vecchie mansioni, ma ne creano di nuove. Il timore, nella fattispecie, nasce dal fatto che l’attuale transizione stia avvenendo in modo troppo rapido e che sia elevato il rischio di accentuare le diseguaglianze sociali, lasciando indietro milioni di persone. Ma non finisce qui. L’Ia non si limita a trasformare il lavoro e l’economia. Si sta spingendo molto oltre fino al punto di potere influenzare il modo in cui pensiamo, comunichiamo e partecipiamo alla vita collettiva.
Si tratta di una tecnologia in grado di produrre a getto continuo immagini, video, discorsi; tutti contraffatti, ma estremamente “realistici”. In ragione di ciò, la distinzione tra il vero e il falso sta diventando impresa sempre più difficile. La qual cosa non può che suscitare allarme circa il futuro della democrazia liberale. E qui si tocca il nodo più delicato, ovvero lo spinoso tema del controllo degli algoritmi. Chi li possiede e li governa esercita un enorme potere sulla formazione dell’opinione pubblica e sul controllo delle masse.
Vi è una costante nei processi storici: ogni concentrazione di potere tende a consolidarsi, a perpetuarsi e a guardare con diffidenza qualsiasi forma di controllo esterno. Luigi XIV sintetizzò questa concezione nell’espressione “Lo Stato sono io”, simbolo dell’assolutismo monarchico. Oggi il pericolo è che una nuova forma di centralizzazione si sviluppi non più attorno ai sovrani, ma riguardi i grandi detentori di dati, piattaforme digitali e algoritmi. Un potere meno visibile, ma potenzialmente ancora più penetrante. In tal senso, il problema non è se usare o meno l’intelligenza artificiale.
La vera sfida è racchiusa nella domanda che il sociologo Edgar Morin (scomparso pochi giorni fa) poneva spesso ai suoi interlocutori: “Siamo capaci di pensare la complessità del mondo che abbiamo costruito?”. L’Ia può essere uno straordinario strumento di progresso oppure un acceleratore di manipolazioni e disuguaglianze.
Il futuro dipenderà dalla capacità della politica, delle istituzioni e dei cittadini nel sapere governare la tecnologia senza esserne dominati. Occorrono leggi internazionali, controlli indipendenti sugli algoritmi, tutela dei dati personali e investimenti nell’educazione digitale. Vi è, però, una certezza nel mezzo di tanti cambiamenti: la democrazia non può essere affidata a un algoritmo. È la grande questione sollevata da Papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas dedicata alla “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale” e dove si ricorda che “la tecnologia non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”.
di Francesco Carella