lunedì 25 maggio 2026
La sconfitta referendaria sulla giustizia è stata troppo in fretta derubricata dalla maggioranza di governo a semplice incidente di percorso. Un errore d’interpretazione che talvolta si verifica nelle democrazie liberali, benché esista una sorta di legge non scritta secondo cui quando gli elettori bocciano una riforma considerata cruciale dall’esecutivo, dietro quel voto si nasconde una caduta di fiducia da non sottovalutare.
La storia repubblicana offre numerosi esempi di questo scollamento progressivo. Il referendum sul divorzio del 1974 mostrò alla Democrazia Cristiana che la società italiana stava cambiando più rapidamente dei suoi codici politici. Anche il referendum costituzionale del 2006 rappresentò un passaggio politico significativo: la bocciatura della riforma sostenuta dal governo di Silvio Berlusconi segnalò i limiti della sua capacità egemonica, pur in presenza di una forte maggioranza parlamentare. Aldo Moro all’indomani della sconfitta del 12 maggio 1974 commentò ˗ in chiave autocritica ˗ che “l’intelligenza politica consiste nella capacità di comprendere il tempo in cui si vive e si agisce; senza questa sensibilità non si è in grado di cogliere i segnali inviati dall’elettorato”.
Purtroppo, non di rado, accade giusto il contrario. Ci si chiude nel fortino delle liturgie di partito, mentre tutto intorno cambia. Come osservava il politologo Robert Dahl: “Quando il consenso arretra, il potere risponde chiudendosi”.
In tal modo, i governanti finiscono con il convincersi che il problema non risieda nella incapacità di ascoltare ciò che i cittadini chiedono, ma nell’incapacità dei cittadini stessi di comprendere la bontà dell’azione di governo. Quando ciò avviene si entra in un periodo durante il quale le maggioranze possono resistere in Parlamento anche a lungo, ma diventano progressivamente fragili nel Paese.
La prima Repubblica non crollò nel volgere di una notte; si svuotò lentamente fino a diventare incapace di capire e parlare agli italiani, dopodiché si abbatté la scure della magistratura. Coloro che hanno assimilato la lezione di Antonio Gramsci sanno bene quanto sia decisiva nella vita politica la distinzione tra “dominio” ed “egemonia”. Il potere può continuare ad essere esercitato formalmente, attraverso le istituzioni e le maggioranze parlamentari, ma quando viene meno l’egemonia ˗ la capacità di interpretare il sentimento del Paese e orientarne il consenso ˗ si entra inevitabilmente in una crisi profonda. In un clima siffatto, il finale di legislatura rischia di trasformarsi in una tormentata navigazione a vista con i partner della coalizione impegnati più a posizionarsi in vista del voto che a occuparsi degli interessi del Paese.
L’insegnamento da trarne è che le sconfitte referendarie non dovrebbero mai essere sottovalutate. Si tratta, il più delle volte, di un disco giallo con il quale viene segnalato un crescente disallineamento tra cittadini e governo. Quel giallo, in assenza di una inversione di rotta, rischia inevitabilmente di trasformarsi in rosso.
di Francesco Carella