Ci mancava solo la guerra di religione

venerdì 8 maggio 2026


Gli stracci che volano dalla Casa Bianca al Vaticano e viceversa incarnano lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi. Da qui una prima considerazione: la guerra di parole in atto reca in sé qualcosa di nobile, di alto, che attiene al riposizionamento culturale e valoriale non di una singola realtà statuale ma di una civiltà nel suo complesso. Ecco perché metterla in burletta, ripetere allo sfinimento, come si ostinano a fare i media nostrani, che Donald Trump sia un pazzo scappato dal manicomio e il “povero” Leone XIV la vittima del bisonte americano è una stupidaggine colossale. Il contrasto radicale tra la Chiesa di Roma e il vertice della maggiore potenza mondiale non è di oggi, non è di questo presidente, non è di questo secolo. La differenza che corre tra l’attuale inquilino della Casa Bianca e i suoi predecessori, riguardo ai rapporti con la Chiesa Cattolica, è nel linguaggio. Trump ci va giù duro, mentre i suoi predecessori usavano toni più felpati nel criticare il Vaticano. Storicamente, nell’America evangelica il cattolicesimo è stato percepito come un competitore, estraneo alla struttura valoriale su cui era stata concepita la terra dei liberi e la patria dei coraggiosi. Per gli evangelici della “Bible belt”, il cattolicesimo si presentava come un’espressione retrò di una professione di fede esotica, con le sue pratiche devozionali giudicate folkloristiche e una catechesi impregnata di moralismo. Una religione più adatta a quella parte d’America definita “iberoamerica”.

Tuttavia, il fatto che il cattolicesimo influenzasse la vita di cospicue masse di americani non poteva non destare preoccupazione nelle leadership statunitensi. Quando, di recente, si è ripescata dalla memoria del passato la “dottrina Monroe”, a proposito della pretesa di Donald Trump di allungare le mani sulla Groenlandia, si è trascurato di osservare che già dal 2 dicembre 1823, giorno in cui il presidente James Monroe pronunciò il suo celebre discorso, l’obiettivo della primazia degli Stati Uniti negli affari del continente americano avrebbe previsto l’inevitabile azione di interdizione che Washington avrebbe dovuto svolgere per sottrarre il subcontinente latino-americano all’influenza della Santa sede. Fu Theodore Roosevelt nel 1912, non Donald Trump, a dichiarare: “A mio giudizio, finché questi paesi rimarranno cattolici, la loro assimilazione agli Stati Uniti sarà un compito lungo e difficile”. Gli Stati Uniti sono stati edificati sull’assegnazione della leadership sociale e politica ai Wasp, cioè agli appartenenti alla classe dei bianchi di origine anglosassone e di religione e cultura protestante. Vi sarà stato un motivo se il primo presidente di dichiarata fede cattolica sia stato, nel 1961, J.F. Kennedy e dopo di lui solo Joe Biden?

Il rapporto tra il mondo statunitense e quello del cattolicesimo apostolico romano è stato condizionato da un problema di comunicazione degli ambienti evangelici-protestanti, largamente maggioritari nella struttura comunitaria statunitense, con la Chiesa cattolica. Come ha spiegato Leonardo De Chirico in un articolo pubblicato sul web: “Nelle facoltà di teologia evangeliche (con pochissime eccezioni) non si insegnava il cattolicesimo e quindi, a cascata, i pastori e i missionari non ricevevano le chiavi minime di lettura. Quando qualcuno si affacciava al mondo del cattolicesimo (teologia, istituzione, movimenti), dimostrava superficialità e pressappochismo”. Adesso che le cose negli States cominciano a cambiare con un numero crescente di cattolici che entrano a pieno titolo nelle massime istituzioni federali, a cominciare dalla Corte suprema, la “questione cattolica” per il leader della nazione, comunque esso si chiami, diventa centrale. Ancor più se al soglio di Pietro giunge un cittadino statunitense (perché tale è papa Robert Prevost) che mette in discussione la storica vicinanza della maggioranza dei cattolici americani al blocco conservatore-repubblicano.

Ci sta che Trump, minacciato nell’unità della sua constituency, reagisca anche in maniera sguaiata. Ma ciò non basta a demonizzare l’aggressore (Trump) e a vittimizzare l’aggredito (Leone XIV). In gioco c’è la ricostruzione dell’ethos occidentale su nuove basi. In quest’ottica, la divaricazione tra il mondo dell’evangelicalismo americano – che continua a essere il primo e più convinto supporter della presidenza Trump – e l’universo cattolico appare insanabile perché pone in contrapposizione due visioni del mondo e dell’individuo che entrambe le parti in causa dichiarano di far discendere direttamente da una corretta interpretazione del messaggio evangelico. Se Leone XIV invoca per l’umanità una pace disarmata e disarmante, gli evangelici americani rispondono con il motto che riassume la loro filosofia: “Nell’essenziale, l’unità. Nel non essenziale, la carità. In ogni cosa, Gesù Cristo”. Per i cristiani evangelici l’autorità in materia di parola di Dio è solo la Bibbia. La stessa che fa costante richiamo al Dio degli eserciti. Per i cattolici valgono la Bibbia, letta non in senso letterale ma in chiave ermeneutica, e la “tradizione”, dove per tradizione si intende l’insegnamento della chiesa, tramandato nel corso dei secoli dai dottori della chiesa, dai patriarchi, dai papi.

Cosicché il dio guerriero del Vecchio Testamento diventa nella revisione della Bibbia del 2008 approvata dalla Cei il “Signore onnipotente” nonostante le parole di Giacomo (NT Giacomo 5,4) in greco (Ƙʋрίου σαβαωθ) indicassero il Signore degli eserciti. Se l’aspirazione ecumenica del cattolicesimo a riunire tutti i credenti in Cristo all’interno di un unico perimetro religioso ha scontato il limite, invalicabile, della difesa del primato non negoziabile del romano pontefice, gli evangelici hanno fondato il loro credo sulla separazione dei popoli e sulla santità personale riconoscendo nella diversità di culto il punto di forza della fede, oltre che nella necessità di avere una relazione dinamica e vitale con Dio Padre attraverso Gesù Cristo Figlio, non intermediata da strutture clericali organizzate. Donald Trump non è la fonte sorgente di questa separazione ontologica più che teologica tra due cristianesimi ma ne è il fruitore di ultima istanza, proprio nel momento in cui vi è da riscrivere i codici del nuovo paradigma occidentale.

Di un Occidente, però, che allarga i propri confini all’America latina, cioè al luogo in cui le contraddizioni insite alla cristianità hanno assunto la forma più stridente. Nelson Aldrich Rockefeller – esponente del Partito Repubblicano, governatore di New York e vicepresidente degli Stati Uniti sotto la presidenza di Gerald Ford – intuendo che il cambio di passo della Chiesa post Concilio Vaticano II avrebbe avuto ripercussioni negative per gli interessi statunitensi in America latina, scrisse: “Sebbene non sia ancora ampiamente riconosciuto, le istituzioni militari e la Chiesa cattolica sono tra le forze di oggi per il cambiamento sociale e politico nelle altre repubbliche americane. Pochi si rendono conto di quanto queste due istituzioni stiano rompendo con il loro passato. Si stanno rapidamente spostando in prima linea come forze di cambiamento sociale, economico e politico. Nel caso della Chiesa, si tratta di un riconoscimento della necessità di essere più rispondenti alla volontà popolare”. Erano gli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso.

Da allora, nel cattolicesimo ha prevalso una subdola filosofia pauperista da “cruna dell’ago”, volta a esaltare la centralità del protagonismo degli ultimi nell’articolazione delle dinamiche sociali. Nella versione post-conciliare del cattolicesimo si è dato spazio alla costruzione della Chiesa della povertàGloria Dei vivens pauper “La Gloria di Dio è che il povero viva”) – in netta contrapposizione alla teoria della prosperità di matrice evangelica. Quest’ultima, si è radicata nel principio-guida della concezione essenzialmente neoliberista e meritocratica della società, dove la ricchezza è il dono di Dio mentre la povertà ne è la punizione. Donald Trump – che ha brillantemente liquidato la pratica Nicolás Maduro in Venezuela – ha messo nel mirino l’abbattimento degli scampoli del regime castrista nella vicina isola di Cuba. Tuttavia, ha un problema gigantesco se il Vaticano gli si mette contro e si costituisce all’opposizione della sua politica sul suolo americano. Per colpire e affondare il traballante establishment de LAvana, Washington ha bisogno del convinto appoggio non solo della comunità cubana esule negli Stati Uniti ma, soprattutto, della popolazione dell’isola che è rimasta fortemente ancorata al cattolicesimo nonostante i 65 anni di oppressione dittatoriale comunista.

Se anche l’americano papa Prevost, ponendosi in scia al suo predecessore, fa gioco di sponda con i nemici dell’America trumpiana, la reazione, ancorché scomposta, di Trump diviene del tutto comprensibile. Come è comprensibile il tentativo di ricucitura che il segretario di Stato Marco Rubio, cattolico e figlio di esuli cubani, ha tentato in queste ore in Vaticano. Ma parliamoci chiaro: questi restano comunque giochi di palazzo mentre i grandi movimenti della storia, che coinvolgono popoli, culture, civiltà, sono altra cosa. Se verso i primi possiamo solo nutrire curiosità, sui secondi invece abbiamo pieno diritto di parola. Allora, la domanda alla quale dobbiamo rispondere è semplice: il modello di Occidente che vogliamo per le future generazioni è quello propugnato da una Chiesa cattolica geneticamente modificata dalla stagione post-conciliare e basato su un pacifismo unilaterale, debole, disarmato, spaesato; su un revisionismo negatore dei suoi stessi archetipi, pronto alla sottomissione a visioni del mondo antitetiche alla propria storia, o c’è ancora spazio e tempo per riconoscersi in una lotta per la sopravvivenza della nostra tradizione originaria? Dei due paradigmi, l’uno. Tertium non datur.


di Cristofaro Sola