Il vecchio ordine non c’è più. Ora l’Europa deve scegliere

martedì 5 maggio 2026


C’è un equivoco che continua a dominare il dibattito pubblico: l’idea che stiamo vivendo una parentesi. Una fase di transizione, certo turbolenta, ma destinata comunque a chiudersi nel breve periodo con il ritorno alla “normalità”. È un riflesso quasi psicologico, più che politico. Come se la storia fosse un elastico che, dopo ogni strappo, tornasse sempre nella stessa posizione. Non è così.

L’illusione che il vecchio ordine globale – quello della crescita infinita, della globalizzazione senza attriti né confini, delle democrazie liberali stabili – possa nuovamente essere ristabilito è forse la più grande menzogna che continuiamo a raccontarci. Non perché quel mondo fosse perfetto, ma perché era comprensibile. E ciò che è comprensibile rassicura, anche quando è ingiusto o fragile.

Oggi, invece, siamo entrati in una fase diversa: discontinua, conflittuale, incerta. Le crisi non sono più eccezioni, ma struttura. E proprio per questo non si tratta più di aspettare la fine della tempesta, perché la tempesta è ormai diventata il nuovo clima.

Ed è qui che si apre il punto decisivo, spesso sottovalutato: se l’ordine mondiale nato dopo la Guerra fredda non tornerà, non è detto che sia una tragedia. Può anche essere una possibilità.

Perché il vecchio equilibrio globale, tanto rimpianto, è anche ciò che ha prodotto stagnazione sociale, precarietà diffusa e una crescente distanza tra élite e cittadini. Era un sistema che prometteva stabilità ma generava insicurezza, che parlava di progresso mentre svuotava territori e identità.

La sua crisi, quindi, non è solo un problema: è anche una rivelazione. Rivela che molte delle strutture che consideravamo inevitabili erano, in realtà, contingenti. Rivela che la politica può tornare ad avere margini di scelta. Rivela, soprattutto, che il futuro non è già scritto nei meccanismi dell’economia globale, ma può tornare a essere contendibile.

Naturalmente, questa apertura non garantisce nulla. Le fasi di transizione sono sempre ambivalenti: possono produrre innovazione o regressione, libertà o nuove forme di controllo. Pensare che il “nuovo” sia automaticamente migliore è ingenuo quanto credere che il “vecchio” fosse il meglio a cui poter aspirare.

Ma c’è una differenza fondamentale: nel vecchio ordine lo spazio per cambiare era minimo. Nel mondo che si sta formando, invece, quello spazio può riaprirsi.

Ed è proprio qui, in questo spazio, che si gioca la partita. Che si inserisce una possibilità nuova e irripetibile per l’Europa. In un mondo in cui molti Paesi si trovano spiazzati da una leadership americana sempre più instabile e imprevedibile e non intendono finire nell’orbita cinese, si apre un vuoto. Un vuoto che qualcuno dovrà necessariamente riempire.

In questo mutato scenario, l’Europa può decidere di restare irrilevante oppure diventare un punto di riferimento. Ma per farlo deve cambiare postura: non è più tempo degli “zero virgola” nei bilanci né di una burocrazia che scambia l’iper-regolazione per visione. Servono massa critica, capacità strategica e, soprattutto, una direzione politica ben precisa.

Se il vecchio ordine è finito, allora anche gli alibi sono finiti. Non si tratta più di adattarsi a regole scritte altrove, ma di contribuire a scriverne di nuove. Non di difendere equilibri ereditati, ma di costruirne di diversi. Non di essere semplici comparse, ma protagonisti del proprio futuro.


di Salvatore Di Bartolo