giovedì 30 aprile 2026
C’è un cortocircuito evidente nelle piazze italiane del 25 aprile. Non una semplice stonatura, ma una frattura profonda tra i valori proclamati e i comportamenti messi in scena.
La Festa della Liberazione celebra la Resistenza: una lotta contro l’occupazione nazifascista e contro un regime autoritario, combattuta in nome della libertà. È il fondamento simbolico della Repubblica. Eppure, mentre si intonavano i canti partigiani, in alcune piazze italiane venivano strappate le bandiere di un altro popolo che oggi combatte una guerra di resistenza contro un’invasione straniera.
Non si tratta di episodi isolati o folkloristici. Le aggressioni verbali e fisiche, le esclusioni dai cortei, le accuse infamanti rivolte a chi esponeva simboli ucraini raccontano qualcosa di più profondo: una selezione arbitraria di ciò che merita solidarietà e di ciò che invece deve essere respinto.
Il nodo non è la complessità geopolitica, che esiste ed è reale. Né si tratta di imporre una lettura univoca dei conflitti contemporanei. Il punto è la coerenza: se la Resistenza è un valore universale, non può diventare selettiva. Non può essere celebrata come principio astratto e negata quando prende forma nel presente.
Qui emerge una contraddizione difficile da ignorare. Una parte dell’antifascismo contemporaneo sembra riconoscere la legittimità della Resistenza solo quando è consegnata alla memoria storica o quando si inserisce in un quadro ideologico familiare. Quando invece si manifesta oggi, in forme meno controllabili e più divisive, diventa sospetta, scomoda, persino ostile.
Il risultato è paradossale: il 25 aprile, nato come momento di unità attorno a un’idea di libertà, si trasforma in uno spazio di esclusione. Non più una memoria condivisa, ma un recinto identitario. Non più un principio universale, ma un codice di appartenenza.
Eppure il parallelo, per molti, è immediato: un popolo che resiste a un’invasione richiama inevitabilmente la memoria della lotta partigiana. Rifiutare questo accostamento non significa necessariamente contestarlo sul piano storico, ma spesso evitarlo per ragioni politiche. È qui che la memoria smette di essere viva e diventa strumento.
Svuotare l’antifascismo della sua dimensione universale comporta un rischio preciso: ridurlo a rituale. E un rituale, per quanto carico di simboli, non obbliga alla coerenza. Permette anzi di celebrare valori senza doverli applicare.
Ma la Resistenza, se vuole restare qualcosa di più di una commemorazione, non può essere intermittente. Non può valere solo quando è comoda, né fermarsi ai confini del passato. O è un principio che attraversa il tempo e le situazioni, oppure si riduce a retorica.
Il 25 aprile dovrebbe ricordare che la libertà non è mai garantita una volta per tutte, e che riconoscerla negli altri è il primo passo per difenderla davvero. Quando questo riconoscimento viene negato, il rischio non è solo l’incoerenza. È la perdita stessa del significato di ciò che si celebra.
di Salvatore Di Bartolo