lunedì 27 aprile 2026
Serial Griller
Il 25 aprile è ricorrenza storicamente importante, da ricordare in eterno. Andrebbe dedicato agli antifascisti veri, non alla folla dei voltagabbana del 26 luglio o dell’8 settembre 1943. Non al pur notevole romanziere Alberto Moravia o al preparatissimo professor Norberto Bobbio, entrambi intenti ad implorare il Duce in ragione del posto fisso. Non a Giorgio Bocca, gran partigiano azionista, già medagliato da Benito Mussolini, fascistissimo, razzista e antisemita, recensore entusiasta dei Protocolli dei savi anziani di Sion, fieramente avverso alla “congiura giudaica” contro gli inermi, pacifici, onesti ariani. Non a quanti come Enzo Biagi aspettarono il 1944 per gettare la camicia nera e diventare resistenti. Non agli ex presidenti del Tribunale della razza inventatisi antifascisti giusto in tempo per una luminosa carriera, sino a diventare presidenti della Corte costituzionale. Memorabile, in proposito l’onestà intellettuale di Palmiro Togliatti (fra l’altro, da Guardasigilli, fu lui a riciclare, tra la folla dei fascisti transitanti a sinistra, Gaetano Azzariti come capo dell’ufficio legislativo del Ministero della Giustizia), quando lo scrittore Romano Bilenchi, chiedendo l’iscrizione al Pci, confessò d’essere stato fascista. Togliatti rispose: “Tutti siamo stati fascisti”.
Tra i più sinceri antifascisti spicca, non il pluripremiato e stimato Bocca, non l’ottimo giornalista Biagi, non il magnifico giurista Gaetano Azzariti, bensì il modesto operaio milanese Ugo Citterio. Sarebbe giusto che le più alte cariche della Repubblica, da Sergio Mattarella a Ignazio La Russa, da Lorenzo Fontana a Giorgia Meloni, spendessero parole su questo martire dell’antifascismo. Fino ad oggi, infatti, il ricordo di questo eroe lo si trova, con tanto di documenti ufficiali tratti dall’archivio del Pcus, nel volume Carnefici e vittime/I crimini del Pci in Unione sovietica (Mondadori, Milano 2006). Il comunista Citterio avversava ogni forma di fascismo, al punto di lasciare Mosca per partecipare alla guerra di Spagna, pur essendo affetto da tubercolosi. Doveva ad ogni costo combattere i franchisti. La ragion pratica che lo guidò poneva come imperativo morale uccidere i fascisti di Francisco Franco. E molti, infatti, ne ammazzò, distinguendosi come combattente ardito, freddo e determinato. Si coprì di gloria repubblicana.
Purtroppo, ebbe la meglio Franco e il milanese dovette tornare nella patria sovietica da sconfitto. Vi giunse nel 1939, accorato e deluso. Più che la tisi ormai in fase terminale, lo turbava il franchismo vittorioso. In Urss, però, lo attendeva di peggio. L’amarezza si trasformò in stupore e sdegno, quando vide sulla Piazza Rossa sventolare insieme due vessilli, una con falce e martello, l’altra con la svastica. Gli fu insopportabile, anzi pazzesco e incomprensibile, lo scellerato patto Molotov-Ribbentrop. Non riuscì a tenere per sé la riprovazione. Mormorò, imprecò, sputò per terra davanti ad altri compagni italiani. Il PCd’I, guidato da Palmiro Togliatti, il più convinto sostenitore del patto Stalin-Hitler, lo denunciò all’Nkvd, sigla anteriore al Kgb .
Ugo Citterio fu condannato ai lavori forzati per il reato di antifascismo conclamato. Morì nel luglio 1943, mai rinnegando la fede antifascista, sputando sangue sui ghiacci del Gulag. Il 25 aprile più onesto e giusto prenda, dunque, il nome di Ugo Citterio. Comunista, giammai mussoliniano come numerosi tovarish italiani – lo fu anche il giovane Antonio Gramsci – paradossalmente condannato, di fatto, a morte, stante la tisi, per antifascismo.
di Lapo Levil