Antisemitismo, quando l’odio supera le appartenenze politiche

lunedì 27 aprile 2026


La violenza scatenata sabato scorso a Milano contro la Brigata Ebraica durante la manifestazione per il 25 aprile, l’aggressione avvenuta a Roma una settimana fa ai danni di un uomo “colpevole” di indossare la kippah, insieme ai tanti episodi dello stesso tenore verificatisi in altre città europee negli ultimi mesi, non possono essere derubricati come fenomeni casuali. Il numero crescente di atti brutali contro persone di religione ebraica, nonché di assalti ai luoghi di culto, segnala la presenza di un clima che via via diventa sempre più pesante e pericoloso. La verità, assai amara, è che si credeva di avere sconfitto anche l’antisemitismo con la caduta del nazionalsocialismo. Purtroppo, così non è. La storia insegna che certe forme di odio scompaiono solo apparentemente con la morte dei regimi.

Infatti, l’avversione verso l’ebreo sta riemergendo in modo inquietante. Il registro è sempre il medesimo, in Italia come in altri Paesi del Vecchio Continente. Si manipolano le tensioni geopolitiche, per giungere alla legittimazione del disprezzo antiebraico nello spazio pubblico.

A Liegi, in Belgio, un mese fa un’esplosione ha danneggiato una sinagoga e la stessa cosa si è ripetuta pochi giorni dopo nella cittadina olandese di Rotterdam, mentre ad Amsterdam è stata colpita una scuola ebraica. Poche settimane fa in Germania, bottiglie incendiarie sono state lanciate contro un ristorante israeliano nella città di Monaco. Frattanto, nelle periferie urbane, i muri si riempiono di graffiti che invocano la morte degli ebrei. Per tacere su ciò che si legge sui social media. Quanto accaduto a Roma colpisce per la sua potente valenza simbolica: la kippah è un segno visibile di identità religiosa. Aggredire gratuitamente colui che la indossa equivale a trasformare una persona in un bersaglio.

Si tratta di una strategia che l’Europa ha conosciuto fin troppo bene nel secolo scorso: seminare il terrore in ogni singolo individuo. Quando una persona giunge al punto da evitare d’indossare un simbolo religioso, per timore di essere aggredito, la questione riguarda la qualità della convivenza democratica.

L’Europa, dopo la Shoah, ha elevato il “mai più” a paradigma fondante del proprio futuro. In tal senso, occorre agire fin da subito per contrastare gli stereotipi e intervenire sulle radici culturali che li alimentano. Radici che sono assai più diffuse di quanto comunemente si creda. Infatti, l’antisemitismo non è circoscrivibile a una sola area politico-culturale − quella ultranazionalista − ma è largamente presente anche in ambienti riconducibili alla sinistra.

Del resto, quanto accaduto a Milano, dove si sono uditi slogan truci come “siete mancate saponette”, dimostra che il pregiudizio antiebraico non è affatto scomparso e può emergere pure in ambiti che si ritengono immuni da tali derive. In un contesto siffatto, non si possono dimenticare le riflessioni e gli ammonimenti di Hannah Arendt e di Primo Levi. Arendt mise in guardia sulla “banalizzazione del male” quale risultato inevitabile dell’abbandono del pensiero critico, mentre Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, ripeteva con dolore e lucidità: “È accaduto, quindi può accadere di nuovo”. Due voci che ricordano ciò che spesso viene rimosso, ovvero che l’odio non nasce dal nulla, ma prende forma lentamente e progressivamente nell’indifferenza, nelle parole non contrastate, nei piccoli cedimenti quotidiani. A tali cedimenti si deve rispondere con la costruzione di solidi argini culturali e civili. È un “vasto programma”, osserveranno gli scettici. Proprio perché vasto non si può perdere tempo, bisogna iniziare subito.


di Francesco Carella