lunedì 20 aprile 2026
Che ci sia una crisi finanziaria, una crisi pandemica o una guerra, la risposta della politica italiana è sempre la medesima: sospendere il patto europeo di stabilità e crescita cioè, in sostanza, essere autorizzati a fare più deficit e più debito pubblici. Quando l’emergenza non c’è la si inventa. Nel gennaio 2012 il Parlamento varò una riforma costituzionale per introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione. Da allora, “il ricorso all’indebitamento è consentito solo, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta, al verificarsi di eventi eccezionali”. Da allora, quella autorizzazione non è mai mancata. Non una voce si è alzata in Parlamento – da destra o da sinistra – per affermare che no, in quello specifico anno non v’era stato alcun evento eccezionale tale da giustificare il ricorso al deficit di bilancio. Il patto di stabilità è stato riformato, in sostanza rendendolo meno severo. Ma, dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran, siamo di nuovo qui: sospendere il patto. Lo invoca il centrodestra di Governo, tace ma in fondo acconsente il centrosinistra d’opposizione. Eppure, come ci ricorda meritoriamente Luciano Capone sul Foglio, la nostra economia va pessimamente, benché negli ultimi anni, in particolare con Superbonus e Pnrr, non ci siamo certo fatti mancare deficit e debito.
Nonostante l’evidenza ci dica che Paesi che molto meno di noi hanno fatto ricorso all’uno e all’altro – in particolare Grecia, Portogallo e Spagna – ottengono risultati economici molto migliori dei nostri. Fin qui, le istituzioni dell’Unione resistono. Ma, se anche cedessero, chi può ancora credere che il rilancio della capacità di crescere della nostra economia passa attraverso la finanza pubblica allegra? Non ne abbiamo già avuta abbastanza per poter concludere che le vie da seguire sono tutt’altre? Ci dice il Fiscal Monitor del Fondo monetario internazionale che alla fine di questo anno saremo in cima alla graduatoria europea quanto a rapporto fra debito e prodotto e in fondo alla graduatoria quanto a crescita. Quale altra evidenza ci serve per concludere che bisogna seguire strade diverse?
Almeno v’è da sperare che qualcuno rifletta sull’esperienza fatta nell’autunno del 2022 dal Governo di Liz Truss in Gran Bretagna: non andò in crisi dopo appena 40 giorni dal suo insediamento per aver violato un patto di stabilità al quale non era vincolato, ma perché i mercati sanzionarono brutalmente programmi di finanza pubblica insostenibili. Senza voler essere uccelli del malaugurio, se sei l’ultimo, scommettere contro di te è piuttosto facile. Con l’Istituto Bruno Leoni abbiamo presentato alcune proposte riguardo a cose semplici, che possono essere fatte nell’anno residuo di questa legislatura, per aiutare l’economia a camminare un po’ più spedita. Poco più di esempi possibili. Ma il cui cuore è chiaro. Tutela dei diritti di proprietà, semplificazione amministrativa e fiscale, minore ingerenza dello Stato, maggiore libertà per chi “vuol fare”. Per una volta, e magari solo per dodici mesi, si può tentare una strada diversa dal maggior deficit e maggior debito?
(*) Membro del Comitato d’indirizzo dell’Istituto Bruno Leoni
(**) Tratto da Ibl
di Natale D’Amico (*)