“Il nemico è a Teheran!”

mercoledì 1 aprile 2026


In questi giorni drammatici di guerra, il regime sanguinario della dittatura teocratica al potere ancora in Iran ha impiccato quattro membri dei Mojahedin del Popolo: Mohammad Taghavi, cinquantenne, e Akbar Daneshvar, sessantenne, giustiziati il 30 marzo; Puya Ghobadi, trentatreenne, e Babak Alipour, trentaquattrenne, il 31 marzo.

Già nel 1980 l’ayatollah Khomeini, fondatore del regime, aveva dichiarato che “il nemico è qui, a Teheran”, indicando nei Mojahedin del Popolo la minaccia più grave per il suo regime reazionario. Quella logica del “nemico principale” non è mai cambiata. Chi non finge di non vedere sa bene che il vero avverso del regime dei mullà è il popolo iraniano e la sua resistenza organizzata. Il regime, pur nel suo declino, non può permettersi di ignorarlo, perché è la sua negazione.

Se gli eventi e i comportamenti del regime, uniti a decenni di politica di appeasement, hanno contribuito a incendiare la guerra in Iran, l’arrivo di una primavera di rivoluzione resta comunque inevitabile; arriverà.

Da molti anni la grande maggioranza degli iraniani sa che l’unica soluzione ai propri problemi è il rovesciamento della dittatura teocratica, e per questo è scesa in strada pagando un prezzo altissimo in vite umane. Anche oggi è evidente che sostituire la rivoluzione popolare con la guerra non funziona e non funzionerà mai.

Chi si dichiara giustamente contrario alla guerra ma continua a credere nella possibilità di trattare con la teocrazia iraniana dovrebbe spiegare il risultato di quarant’anni di negoziati. All’Iran e alla sua popolazione questi colloqui di accondiscendenza hanno portato soltanto un Paese allo stremo, ora sull’orlo della distruzione totale, e centinaia di vite sacrificate.

È chiaro che la soluzione della questione iraniana non è la guerra: anche se producesse un risultato, non sarebbe quello per cui il popolo iraniano si batte da oltre un secolo. Gli iraniani aspirano alla pace e alla libertà, e sanno che queste non nasceranno da una guerra da fuori in cui le parti perseguono interessi estranei a quelli della nazione iraniana.

In questo periodo drammatico la popolazione si trova tra il martello della guerra e l’incudine della repressione. Il primo giorno del conflitto, un attacco aereo a Minab ha causato la morte di numerose scolare. Oltre alle perdite umane, la guerra lascia ferite psicologiche profonde, soprattutto nei bambini, costretti a crescere in un clima di paura costante.

La feroce repressione del regime sulla popolazione neanche sotto le bombe si allenta. Il 24 marzo il portavoce della polizia del regime, arruolando anche i dodicenni, ha annunciato l’istituzione di 1.463 posti di blocco in tutto il Paese e dichiarato che quasi 15.000 pattuglie, motorizzate e su veicoli, sono operative in modo permanente e che oltre 129.000 agenti presidiano le strade giorno e notte. Un segnale evidente di uno stato d’emergenza eccezionale e della profonda inquietudine che attraversa il regime

Di cosa ha paura il regime iraniano? E cosa cercano i Paesi democratici nei loro rapporti con una dittatura come quella iraniana?

La chiave per uscire dalla crisi mediorientale è, in larga misura, nelle mani del popolo iraniano e delle sue forze organizzate. La Resistenza iraniana, attiva da decenni, afferma di non aver bisogno né di armi né di finanziamenti. Ciò che serve davvero è una politica lucida, coerente e lungimirante: il riconoscimento politico del diritto degli iraniani a determinare liberamente il proprio futuro.

È evidente che, se il regime fosse costretto a scegliere tra subire bombardamenti o vedere riconosciuto un sostegno politico alle forze democratiche interne, preferirebbe la prima opzione. Perché l’unica vera alternativa alla teocrazia ˗ che da anni alimenta l’instabilità regionale ˗ è una coalizione democratica iraniana: un fronte di donne e uomini che lavorano per un Iran laico, pluralista e democratico.

Ed è proprio questa prospettiva a spaventare il regime. Per questo, anche sotto le bombe, continua a colpire e uccidere persone appartenenti a questo fronte democratico.

Le democrazie occidentali, l’Unione europea, i Paesi europei: davvero possono temere l’autodeterminazione autentica del popolo iraniano e la nascita di un Iran democratico?

Come afferma Maryam Rajavi, presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, la morte di Ali Khamenei rappresenta la fine della tirannia religiosa in Iran. Ma il regime, con il suo apparato repressivo e i suoi pasdaran, è ancora lì, e resta da smantellare. Questo compito ˗ questo onore e questo onere ˗ spetta innanzitutto agli iraniani stessi, che da anni affrontano la repressione con coraggio e determinazione. È per difendere libertà e dignità che continuano a resistere, nonostante i sacrifici enormi che questa scelta comporta; la lunga scia di martiri dei Mojahedin del Popolo ne è la testimonianza più eloquente.


di Esmail Mohades