Le ragioni di una sconfitta

venerdì 27 marzo 2026


Diverse sono le cause che hanno provocato la sconfitta della riforma costituzionale nel recente referendum: tuttavia, esse in realtà sono semplici effetti della situazione generale in cui purtroppo da tempo versa la società italiana. 

Tale situazione, a carattere generale e che può essere colta nella prospettiva di una “antropologia sociale”, rappresenta lo sfondo dal quale scaturiscono quegli effetti, che subito dopo saranno qui brevemente esaminati.

Un tale sfondo è dato dal fatto che in Italia da almeno tre decenni, si è costituito un blocco di potere tendenzialmente monolitico e che risulta inscalfibile da parte di qualunque iniziativa non condotta con il massimo della coesione e della efficacia possibili, come si è visto con il referendum.

Un tale blocco di potere è costituito dai grandi giornali, da scuola e Università, da enti pubblici, da parte consistente della magistratura riunita nella Associazione Nazionale Magistrati, da case editrici, da sindacati, da emittenti televisive, da circuiti bancari e finanziari, dalle grandi multinazionali, dai partiti politici di una finta sinistra che al polso ostenta il “Rolex” – ma non di autentica sinistra che anzi ne sono fieri oppositori – i quali ne suggellano la necessaria rappresentanza politica.    

Si badi. Non si pensi a complotti occultamente posti in essere dalle anime nere di tali comparti sociali.

Nessun complotto, semplicemente perché non è per nulla necessario: infatti, le linee direzionali del movimento di ciascun comparto si muovono in modo autonomo, ma per convergere tutte nel medesimo agglomerato di potere che tutti e ciascuno li sostiene.

Così, per esempio, se una banca controllata da un partito di sinistra intenda fagocitarne una più piccola per incrementare il proprio portafoglio, immediatamente si mobiliteranno – senza che occorra neppure sollecitarne l’intervento – sindacati per applaudire alle nuove forze produttive che avanzano, emittenti televisive e giornali che ne proporranno una lettura ottimistica e illuminante, Università che organizzeranno convegni e giornate di studio su simili operazioni bancarie, viste come una panacea per l’economia, editori che prontamente propizieranno un “instant book” per narrare questa nuova e promettente operazione di finanza privata che però farà certamente molto bene al settore della economia pubblica e via di questo passo.

Ovviamente, questo era solo un esempio che tuttavia vale come paradigma di riferimento per ogni altro caso a parti invertite.

Il sistema tuttavia, per reggersi, ha bisogno del consenso popolare, il quale viene meticolosamente reperito soprattutto nelle classi sociali che vivono di uno stipendio pubblico o che comunque al settore pubblico fanno riferimento. Si tratta di milioni e milioni di persone indispensabili alla sopravvivenza ed alla alimentazione del sistema di potere sopra disegnato e che vengono implementate con sussidi pubblici di vario genere (reddito di cittadinanza, specifici benefici contrattuali ecc.), finendo col farne “cooperatori passivi”.

Sono “cooperatori” perché è necessario che votino in modo militarizzato per i partiti di sinistra, senza i quali essi si sentirebbero perduti; sono “passivi” perché non possono in alcun modo influenzare, se non marginalmente, le scelte di tali forze politiche che pensano per loro e per loro agiscono.

In questa prospettiva, il “cooperatore passivo” svolge insieme il ruolo di indispensabile carburante del sistema e anche di destinatario finale delle sue deliberazioni.

Per questo motivo, egli, tendendo a fuoriuscire dalla limitatezza del suo privato, si proietta nel pubblico, ma seguendo le scansioni e le indicazioni che gli provengono da scuola, Università, ente pubblico, sindacato ecc. e per questo fa massa, riempiendo Piazza del Popolo o il Circo Massimo oppure sfilando per i viali delle grandi città, issando striscioni pronti alla bisogna e che di volta in volta ovviamente cambiano (contro la riforma costituzionale, contro Israele, contro Trump ecc.).       

Ovviamente, di questo assetto di potere fanno anche parte i cattolici progressisti – autodefinitisi “democratici” (come se gli altri non lo fossero) – i quali, tramontata definitivamente l’utopia del “cattocomunismo”, si aggregano al carro di quanti sembrano professare i loro ideali di solidarietà, di fratellanza, di apertura verso il mondo, ma dimenticando che le motivazioni spirituali loro proprie qui sono invece del tutto assenti: si tratta dunque di null’altro che di un matrimonio “di convenienza”, ma assai efficace sul piano elettorale.  

Sul fronte opposto a questo collaudato sistema di potere, non si trova – come si potrebbe immaginare e forse auspicare – un sistema eguale e contrario.

Si trovano invece settori sociali di vario tipo e tendenzialmente disaggregati, proprio in quanto lo sfondo liberale che tutti in vario modo li comprende impedisce una autentica omologazione ideale, favorendo perciò una azione politica parcellizzata, disomogenea e che solo molto faticosamente riesce a coagularsi in modo programmatico e funzionale.

Ne fanno parte le piccole e le medie imprese, i ceti produttivi minori, i piccoli risparmiatori, le libere professioni, gli artigiani, i quali tutti, pur costituendo la percentuale maggiore del tessuto produttivo italiano e pur facendosi per questo cogliere come la spina dorsale del “popolo”, spesso rimangono sparpagliati, troppo impegnati a criticare il potere costituito da diversi punti di vista, per aggregarsi l’un l’altro.

Certo, storicamente questa aggregazione a volte si è pur concretizzata. Esempio clamoroso, l’apparizione di Berlusconi sulla scena politica, tanto improvviso quanto efficace per fronteggiare il blocco di potere che già immaginava una facile affermazione elettorale.

Ma la sorte ne era segnata, perché Berlusconi era ovviamente considerato non solo estraneo – come era naturale – a quel potere, ma anche un “parvenù” che mai avrebbe potuto accedervi, perché non ne aveva il diritto.

Di qui, la persecuzione politica e giudiziaria durata tre decenni per disarcionarlo, con l’effetto di indebolirne la rappresentanza politica quanto bastasse a relegarlo, alla fine, alla posizione di comprimario a capo di un partito ridotto al 10 per cento appena dei consensi e bisognoso di patteggiare con altri per costruire una vera coalizione.

Giorgia Meloni, a differenza di Berlusconi, gode delle sue reali e preziosissime origini popolari quali carte di credito innegabili per il suo successo elettorale e politico ed è riuscita, per adesso, a coagulare il consenso di una parte maggioritaria degli elettori di taglio liberal democratico, ma con molta fatica e con la preoccupazione di poterne perdere sensibile percentuale in men che non si dica.

L’elettore medio di questo fronte politico è infatti per natura tendenzialmente scettico, ipercritico, difficile da convincere per consentire ad una certa strategia politica e perciò, disperando delle possibilità praticabili, tende a chiudersi nel proprio particolare, indifferente a quanto possa accadere al proprio vicino di casa o al collega di lavoro: una volta chiusa la porta di casa, si contenta così di poter gustare una pizza e di narcotizzarsi nella Babele del Grande Fratello.

Ovviamente, finché non toccherà a lui imbattersi in quel certo problema che prima aveva volutamente ignorato, quando la vittima di turno era altri.

In questa prospettiva, quelle che di solito vengono viste come cause della sconfitta referendaria non sono altro invece che gli effetti di questa preoccupante realtà sociale sopra approssimativamente disegnata.   

Prima causa sarebbe la inquietante mistificazione operata dagli oppositori della riforma, secondo cui essa avrebbe perseguito lo scopo nascosto di assoggettare la magistratura al potere esecutivo e perciò bisognava mobilitarsi in massa per votare di no militarmente.

Ovviamente, bastava leggere il testo della riforma per capire subito che le cose non stavano così, ma il punto è che la massa dei “cooperatori passivi” non aveva bisogno di leggere nulla e neppure di pensare, dal momento che il rassicurante vessillo ideologico garriva già da tempo sui balconi e sulle terrazze della Associazione Nazionale Magistrati e dei partiti che ne sono collaboratori, indicando la direzione da prendere e gli slogan da ripetere: cosa che è puntualmente avvenuta. 

Seconda causa sarebbe la circostanza che gli elettori vicini ai partiti riformatori avrebbero, nella maggior parte, disertato le urne anche per la scarsissima azione di convincimento operata nei loro confronti da quei partiti.

Ovviamente, bastava immaginare che, non essendovi in palio poltrone o poltroncine né a livello nazionale e neppure locale – e neppure improvvisati strapuntini – gli ipercritici elettori liberal democratici, non sollecitati da nessun interessato onorevole, sarebbero rimasti a casa sul divano domenicale a ruminare davanti a Mara Venier.

Ulteriore causa sarebbe il fatto che il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana Cardinale Matteo Zuppi avrebbe invitato il clero e i cattolici a votare contro la riforma, semplicemente dicendo che la Costituzione va rispettata come si trova.

Ovviamente, bastava rammentare le origini di Zuppi – vicino da sempre alla Comunità di S. Egidio –  e le sue posizioni teologiche, secondo cui l’amore verso il prossimo nulla di più e di meglio può ricevere dall’eventuale amore che si nutra verso Dio, per capire da subito dove si sarebbe andati a parare: i cattolici democratici avrebbero democraticamente perpetuato l’impunità dei magistrati, anche di quelli che “per distrazione” dimenticano di scarcerare dei poveri malcapitati, fra i più poveri e i più soli, per sei mesi o per un anno; mentre il clero, obbediente, si sarebbe opposto alla riforma evitando di capire e perfino di leggerne il testo, al modo degli struzzi, mettendo la testa sotto la sabbia.

In queste condizioni, si pensava davvero che la riforma avrebbe potuto essere approvata dalla maggioranza degli italiani?             


di Vincenzo Vitale