Speculazione

venerdì 13 marzo 2026


È tornata di moda la parola “speculazione”, che fa paura perché associata a due brutture dell’umanità: la guerra e la carestia, che purtroppo vanno assieme, spesso, anche soltanto come scarsità.

Forse la forma più conosciuta ed emblematica è il “mercato nero”, che si svolge dietro la finzione della segretezza e dell’illegalità, ma di fatto praticato da tutti per necessità di sopravvivenza, secondo le possibilità personali dei compratori e le disponibilità dei venditori. Il “mercato nero” ha luogo non solo perché scarseggiano i beni a causa della guerra ma soprattutto perché la loro compravendita è assoggettata a divieti e condizioni imposte dall’autorità sotto pene severissime o addirittura vietata. Nondimeno nel “mercato nero” speculano tutti gli attori dello scambio, che resta volontario: etsi coactus, tamen volui.

La speculazione, che avviene nel “mercato nero”, è determinata dalla scarsità ma aggravata dall’autorità che insegue il fantasma dell’uguaglianza delle opportunità degli amministrati, uguaglianza che non esisteva prima nella normalità e non viene ripristinata dall’alto nell’eccezionalità. In tal senso il manzoniano assalto ai forni nei “Promessi Sposi” è un ottimo manuale economico sulla speculazione e sulla carestia. Oltre la spiegazione letteraria di un grande scrittore liberale come Alessandro Manzoni, vale l’osservazione tranchant del grande economista liberale Luigi Einaudi, che, in un articolo intitolato “La speculazione sulle terre e sulle case” (Corriere della Sera, 26 marzo 1925: quasi cent’anni fa, analoga temperie d’oggi!) metteva in guardia contro “un decretino di un articolo che metterebbe tutto a posto: gli intermediari non potrebbero più speculare e guadagnare a danno delle due parti.” E, bisogna dirlo, l’insana passione italiana per i “decretini” dura da sempre.

Un altro grande italiano, letterato e politico, Niccolò Tommaseo, attesta che “speculare” ha quasi tutti significati positivi. Nel senso delle origini, completamente abbandonato, voleva dire “guardare attentamente, per lo più, in luogo aperto e alto”. Per esempio, i marinai speculano dalla nave in cerca di scogli o terra, i generali speculano sul campo le posizioni del nemico. Gli astronomi indagano i cieli dalla Specola. I curiosi “riguardano attenti, quasi oziosamente e forse vanamente.” Ma poi speculare significa “considerare con la mente, onde la filosofia speculativa”. In senso economico, per Tommaseo speculare significa “pensare e condurre imprese avendo il lucro per fine principale”, dal che deriva pure “il mal senso, segnatamente accompagnato dalla specificazione: specula sulla miseria pubblica, sulla ignoranza dei creduli, sulla povertà laboriosa dei letterati; nei tempi antichissimi c’era chi speculava sulla moglie: ora, ohibò!”

Con un semplice riferimento alle speculazioni in corso di questa guerra, esse sono iniziate ben prima delle ostilità. Dovremmo conoscere, cosa difficilissima in generale ma in particolare di facilissima intuizione, chi sapesse dell’attacco, e dove, e perché. Nell’infuriare delle offensive e delle difese, infuriano pure le speculazioni. È diventato emblematico l’armatore greco che ha forzato lo Stretto di Hormuz a suo rischio e pericolo, guadagnando enormi profitti petroliferi con un’ardita speculazione. Sebbene talvolta sia davvero difficile distinguere, “il mal senso” della speculazione consiste nella degenerazione di un’attività virtuosa intrinseca all’economia, alla quale procura benefici invisibili misconosciuti e malefici visibili deprecati, sui quali si appunta l’attenzione mediatica piuttosto che razionale. Secondo “buon senso”, la speculazione esprime l’intraprendenza di chi opera e la vitalità dell’economia, che reagisce adattandosi alle mutate condizioni, determinate purtroppo da improvvidi e perversi interventi bellici.

Insomma, lo speculatore trae, dalla scarsità risultante, un profitto prima insperabile o impensabile epperò mette a disposizione dei compratori, nondimeno propensi all’acquisto, quei beni e servizi, e le quantità, dei quali diversamente nessuno sul mercato avrebbe mai potuto disporre, rebus sic stantibus. Con tutto ciò, egli incarna la persona più esecrata ed invidiata: l’esecrazione ha conseguenze nell’ambito morale, mentre l’invidia, la passione più distruttiva ed antisociale, a lui non nuoce ma corrode e danneggia la collettività.


di Pietro Di Muccio de Quattro