lunedì 2 marzo 2026
Con la morte dell’ayatollah, il popolo torna a sognare la libertà trasformando anni di oppressione in coraggio e speranza
Il 28 febbraio 2026 resterà inciso nella memoria dell’umanità. Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi coordinati su obiettivi strategici in Iran, colpendo infrastrutture chiave e uccidendo la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, insieme ad altri dirigenti di vertice del regime. Non è stato un semplice episodio militare: è stato un punto di rottura, un momento in cui il peso di decenni di repressione si è scontrato con la luce di un sogno di libertà che finalmente sembra possibile. Tra i giovani iraniani ˗ che per anni hanno respirato paura, sorveglianza e oppressione ˗ si è acceso un lampo di speranza: la consapevolezza che il loro grido per la libertà può trasformarsi in futuro reale.
Negli ultimi mesi, la repressione si era fatta spietata e sistematica. Ragazzi e ragazze, bambini e bambine, uomini e donne, sono stati arrestati, torturati, assassinati per il solo atto di chiedere dignità e diritti fondamentali. Famiglie spezzate, vite troncate, intere generazioni segnate da ferite che non guariranno in una vita sola. Alcuni giovani sono stati condannati a morte con accuse vaghe, etichette ideologiche usate come strumenti per cancellare ogni voce dissidente. Quartieri interi sono stati militarizzati per impedire le manifestazioni. Non si tratta di incidenti isolati: è una strategia deliberata per spegnere la speranza di un’intera generazione.
Eppure, l’Iran non è soltanto un paese segnato dal conflitto. È una civiltà millenaria, una culla di pensiero, arte e poesia, patria di imperi, culture e idee che hanno plasmato il mondo. È la terra di Ciro il Grande, il sovrano che fondò l’Impero achemenide e promulgò uno dei primi codici di diritti umani della storia, proclamando libertà di religione e rispetto per i popoli conquistati. È la patria di Ferdowsi, che nel Shāh-Nāmeh narrò le gesta di eroi e leggende in un poema che ancora oggi risuona nelle coscienze. È la casa di Rumi e Hafez, poeti le cui parole attraversano i secoli e parlano di amore, saggezza, libertà interiore e resistenza alla sofferenza. È la terra di filosofi, scienziati, musicisti e architetti, una fucina di pensiero che pochi altri popoli possono vantare.
Ed è la patria anche di chi ha alzato la voce in questi anni, di chi ha pagato con la vita per il semplice atto di chiedere dignità. Come Mahsa Amini, la giovane donna che nel 2022 è morta mentre era sotto custodia della polizia morale per un controllo imposto, scatenando un’onda di proteste che ha attraversato l’intero paese e ha fatto eco in tutto il mondo. La sua morte non è stata un fatto isolato, ma il simbolo di una rabbia lunga anni, accumulata nelle strade, nelle scuole, nei cuori di chi non accettava più di essere soffocato. E come Nika Shakarami, una ragazza la cui scomparsa e successiva morte nelle circostanze opache di quegli stessi mesi sono diventate emblema della brutalità repressiva: nomi che non possono essere dimenticati, volti che continuano a illuminare le piazze e i sogni di libertà.
Eppure, in questa terra che ha tanto dato al mondo, il regime ha cercato di soffocare ogni forma di libertà. Le prigioni, come Evin, sono simboli di crudeltà quotidiana, dove la tortura, l’isolamento e la negazione dei diritti fondamentali sono strumenti per piegare non solo i corpi, ma anche gli spiriti. Artisti, giornalisti, avvocati, studenti: nessuno è risparmiato. La censura soffoca le voci, la sorveglianza monitora ogni gesto, la paura diventa la lingua ufficiale del potere.
All’estero, la reazione politica è stata varia e spesso contraddittoria. In Italia, la destra ha avuto la chiarezza di condannare la repressione, richiamando il diritto alla libertà e promuovendo negli anni interventi a sostegno dei civili. La sinistra, invece, ha esitato, tentennato, a volte subordinando la questione dei diritti fondamentali a calcoli politici interni. E oggi, mentre il popolo iraniano sogna libertà e diritti fondamentali, la sinistra italiana si perde in polemiche ridicole: ha aperto un coro di critiche e chiede le dimissioni del ministro della Difesa, Guido Crosetto, perché si trovava a Dubai durante gli attacchi di Stati Uniti e Israele. Una querelle che appare quanto meno ridicola e fuori luogo davanti alle migliaia di civili iraniani sotto le bombe, ai giovani e alle donne che lottano per la propria vita e dignità. Discutere di dimissioni e schermaglie politiche mentre là fuori la gente muore è una forma di politica autoreferenziale, che ignora i drammi reali e trasforma questioni di peso enorme in litigate sterili.
Nelle piazze di Teheran e nel mondo le prime manifestazioni di gioia dopo la morte dell’ayatollah non erano celebrazione della violenza: erano una luce nel buio, la prova che finalmente una crepa si apre nel muro dell’oppressione. Ogni manifesto, ogni slogan, ogni lacrima di giovani coraggiosi è la conferma che l’Iran non ha perso la sua anima, che la dignità non può essere cancellata.
Con la morte dell’ayatollah, l’Iran si trova ora a un bivio storico, e il futuro del paese appare ancora incerto. Le prossime settimane saranno decisive per tutta la regione, e per il mondo intero. Il regime clericale cercherà di mantenere una parvenza di continuità, ma il popolo e la società civile sappiamo che reclamano una leadership che non sia legata alle strutture del potere repressivo. Le divisioni interne sono compresse, e la domanda che il mondo deve porsi non è retorica: da che parte sta l’umanità? Continuerà a invocare prudenza ˗ trovando accordi di facciata ˗ mentre i giovani iraniani lottano per ogni respiro?
L’unica cosa certa, è che dopo sangue, lacrime, nomi che non saranno dimenticati e resistenza silenziosa, il loro futuro non è più negoziabile.
di Claudia Conte