Il doppio standard del centrosinistra sulle riforme costituzionali

venerdì 27 febbraio 2026


Nel confronto politico italiano la memoria istituzionale è spesso più corta della polemica quotidiana. Il dibattito sulle riforme costituzionali in corso ne è un esempio emblematico: le reazioni sono state immediate e accese, con accuse di stravolgimento degli equilibri democratici e di compressione delle garanzie previste dalla Carta. È una dinamica comprensibile in un sistema fortemente polarizzato, ma che rischia di appiattire l’analisi sul registro dell’emergenza permanente. Il governo di centrodestra ha promosso un referendum, fissato per il 22 e 23 marzo, con l’obiettivo di modificare sette articoli della Costituzione. Una parte significativa del centrosinistra ha reagito con toni molto duri, parlando di “stravolgimento della Carta”, di “deriva autoritaria”, di rischio per gli equilibri istituzionali. Si tratta di critiche legittime nel merito politico, ma che meritano di essere inserite in una prospettiva più ampia.

Per comprenderla, occorre tornare al 2001, quando il governo guidato da Giuliano Amato approvò la riforma del Titolo V della Costituzione. In quell’occasione furono modificati ben 15 articoli (114, 115, 116, 117, 118, 119, 120, 123, 124, 125, 127, 128, 129, 130, 132), intervenendo in modo profondo sull’assetto delle autonomie territoriali e ridefinendo i rapporti tra Stato e Regioni. La riforma ampliò le competenze legislative regionali, introdusse il principio di sussidiarietà e riscrisse il riparto delle materie tra legislazione esclusiva, concorrente e residuale. Le conseguenze di quella revisione sono state rilevanti e durature. Negli anni successivi si è registrato un aumento significativo del contenzioso davanti alla Corte costituzionale, con conflitti frequenti tra Stato e Regioni su sanità, energia, infrastrutture e politiche ambientali. Non a caso, esponenti di diverse aree politiche – inclusi protagonisti del centrosinistra – hanno in seguito riconosciuto criticità e limiti applicativi di quella riforma.

È utile ricordare che il governo Amato era sostenuto da una coalizione ampia e politicamente rappresentativa. Tra i suoi esponenti figuravano personalità che ancora oggi occupano o hanno occupato ruoli di primo piano nella vita istituzionale: Sergio Mattarella, allora ministro della Difesa; Pier Luigi Bersani, ministro dei Trasporti; Enrico Letta, ministro per il Commercio con l’estero; Romano Prodi, leader de I Democratici; Walter Veltroni, segretario dei Democratici di Sinistra; Luciano Violante, presidente della Camera dei deputati. Non si trattava dunque di una stagione marginale o improvvisata, ma di un passaggio centrale nella cultura di governo del centrosinistra. Il punto, allora, non è stabilire un’equivalenza automatica tra le riforme di ieri e quelle di oggi, né ignorare le differenze di contenuto. Ogni revisione costituzionale va valutata nel merito: quali articoli si modificano, con quali finalità, con quali effetti sull’equilibrio tra poteri e sulla tutela dei diritti. Tuttavia, sul piano del metodo e della legittimità politica, occorre riconoscere un dato di fondo: la Costituzione italiana prevede esplicitamente la possibilità di essere modificata attraverso procedure aggravate e garantite. L’attivazione di tali procedure, di per sé, non costituisce un vulnus democratico.

La questione diventa quindi più sottile e, per certi versi, più scomoda: quando una maggioranza parlamentare utilizza strumenti costituzionalmente previsti per proporre una riforma, la critica dovrebbe concentrarsi sulla qualità del progetto e sui suoi effetti sistemici, non sulla delegittimazione aprioristica dell’iniziativa. Se nel 2001 una revisione ampia e strutturale fu rivendicata come scelta politica necessaria, è difficile sostenere oggi che ogni modifica promossa da un avversario rappresenti automaticamente un attentato alla Carta. Esiste, naturalmente, un elemento politico che non può essere ignorato: il clima istituzionale, il grado di consenso parlamentare, il coinvolgimento delle opposizioni e dell’opinione pubblica. Anche questi fattori incidono sulla percezione di legittimità di una riforma. Ma proprio per questo il confronto dovrebbe mantenersi su un terreno analitico e non scivolare nella retorica emergenziale.

La Costituzione non è un testo immobile, né un simbolo da brandire selettivamente. È un ordinamento che combina rigidità e revisione, stabilità e adattamento. La sua forza risiede nelle procedure e nei contrappesi che essa stessa prevede. Difenderla significa vigilare sulla qualità delle modifiche proposte, non trasformare ogni intervento in una battaglia identitaria. In definitiva, il nodo è la coerenza del discorso pubblico. In una democrazia matura si può essere contrari a una riforma costituzionale senza negare la legittimità dello strumento; si può difendere la Carta senza sacralizzarla; si può criticare un governo senza dimenticare necessariamente la propria storia. Quando il dibattito smette di essere selettivo e torna a misurarsi con i fatti, la discussione si rafforza. E con essa, paradossalmente, si rafforza anche la stessa Costituzione.


di Salvatore Di Bartolo