Board of Peace: esserci o non esserci, questo è il dilemma

mercoledì 18 febbraio 2026


Essere o non essere nella partita della ricostruzione di Gaza? Ecco il dubbio amletico cha fa irruzione nelle coscienze tremebonde dei politici italiani, dopo aver turbato le disorientate menti dei leader europei. Il Vecchio continente continua a girare in tondo, come fa da qualche secolo, per finire nuovamente tra le braccia di William Shakespeare e del suo disperante e angosciato principe di Danimarca.

Torna a fare capolino l’irrisolta questione di Amleto, che è nostra quando ci interroghiamo: “Se sia più nobile nella mente soffrire/colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna/o prender armi contro un mare d’affanni/e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…/nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine/al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali/di cui è erede la carne: è una conclusione/da desiderarsi devotamente”.

Ma sì ‒ perché no? ‒ cara Europa: meglio farsi una bella dormita e lasciare che altri cambino il mondo. Soffrire nobilmente, è molto europeo. Fa molto poeti della Decadenza per i quali, al limitare del secolo diciannovesimo, l’opzione della morte volontaria, procurata mediante suicidio, incarnava l’ultimo atto di un romanticismo esasperato. Accade però che anche tra i più assidui frequentatori della noia baudelairiana, vi sia chi provi a smarcarsi. A dire apertamente che in certi contesti è meglio starci piuttosto che bigiarli dandosi alla fuga dalla realtà. Tra i pochi naufraghi ungarettiani di una nave continentale che si sta inabissando in un oceano di stucchevole autoreferenzialità v’è Giorgia Meloni. Grazie a Dio!

Il nichilismo cosmico (e comico), di cui sono portatori insani i progressisti partoriti dal grembo di un Occidente in crisi d’identità, non ha fatto breccia nel cuore e nella coscienza della piccola, ostinata vedetta dell’Ovest. La Meloni ha compreso che lo scacchiere mediterraneo e quello, contiguo, mediorientale siano in rapida evoluzione, grazie a Donald Trump o per colpa di Donald Trump poco importa. Ciò che conta è che cambierà e l’Italia non ha tempo da perdere per decidere se essere della partita, cioè co-attori proattivi del processo di riassetto degli equilibri geostrategici dell’area o, invece, restare alla finestra a guardare.

Non è questione accademica, sono in ballo la carne e il sangue nostri e delle generazioni di italiani che prenderanno il nostro posto se verrà consentito ad altri di determinare la storia nel Mediterraneo, che è Mare nostrum da sempre, senza di noi. In passato, governi infingardi presieduti da politici mediocri, quando non improvvisati, hanno permesso che potenze nostre concorrenti ci sfilassero dalle mani l’influenza storica esercitata dall’Italia sulla Libia, la quarta sponda. Ora c’è sul tavolo la sfida della ricostruzione di Gaza, dove il nostro Paese ha fatto e ha dato tantissimo, attraverso il piano Food for Gaza, sostenendo la popolazione palestinese nelle fasi più acute della crisi con Israele ed è già sul campo in prima linea per la formazione delle Forze di sicurezza palestinesi.

C’è adesso da mettere a terra un programma di ricostruzione della Striscia per il quale il presidente Usa ha previsto una governance condivisa con altri Paesi interessati alle sorti della zona molto più che a quelle dei palestinesi stessi. E noi cosa dovremmo fare a sentire i partner europei? Dovremmo chiamarci fuori perché a guidare l’operazione si è posto Trump l’affarista? Perché Trump il palazzinaro ha in mente di trasformare un luogo di morte, di miseria e di devastazione in un posto da ricchi, una sorta di mega resort? E se anche fosse, che ci sarebbe di sbagliato? Da quando il benessere è una sciagura? Se tipi come Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz scelgono di seguire le orme del goethiano giovane Werter sarà affare loro e dei popoli che governano?

Rimanere saldi nel controllo del Mediterraneo e, soprattutto, di ciò che si muove sulle sue sponde orientali ci riguarda, eccome. Abbiamo una Turchia neo-ottomana e pericolosamente imperialista che ci sta col fiato sul collo pur fingendo di essere nostra amica. Ci sono i russi che, sfrattati dalla Siria dopo la caduta del loro satrapo Bashar al Assad, sono migrati verso Ovest prendendo piede in Cirenaica, a un tiro di schioppo dalla costa della Sicilia; c’è l’Egitto che sta guadagnando centralità geostrategica nell’area sempre maggiore; c’è Israele che è nostro alleato naturale ‒ come lo sarebbe di tutte le democrazie liberali dell’Occidente se non fosse che molte di loro si sono date al filoislamismo ‒ e che non va lasciata sola; ci sono le dinastie arabe del Golfo che hanno deciso d’investire su Gaza e sulla sistemazione definitiva, in via pacifica, della vicenda palestinese e del diritto di quel popolo ad avere una propria, seppur ridotta, entità territoriale sovrana; nella vexata quaestio prova a mettere becco financo il Pakistan mentre il presidente indonesiano Prabowo Subianto ‒ che guida lo Stato che ha più musulmani al mondo ‒ ha dichiarato di essere pronto a inviare migliaia di soldati a Gaza per una missione di mantenimento della pace nell’ambito dell’iniziativa Board of Peace del presidente Trump.

A fronte di tutto ciò il Governo italiano, a sentire le opposizioni, dovrebbe starsene a casa perché il Board of Peace non piace? Non piace perché non è abbastanza cool per i radical chic? Perché è poco democratico visto che c’è uno che comanda sugli altri che lo seguono mettendoci i quattrini? Benissimo, se è l’anelito democratico che dovrebbe indurci a dire: “No grazie”, se fosse davvero questo il motivo, allora per coerenza dovremmo fuggire a gambe levate da un’organizzazione pletorica e tutt’altro che democratica qual è l’Onu, alla quale abbiamo di fatto ceduto sovranità nonostante lo Statuto del Consiglio di Sicurezza prevedesse la presenza ad vitam con diritto di veto delle cinque potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale (forse un giorno qualche storiografo coraggioso ci spiegherà come la Francia sia riuscita a spacciarsi per potenza vincitrice del Secondo conflitto mondiale).

Il Governo italiano ha optato per l’escamotage della partecipazione a titolo di osservatore alla cerimonia di insediamento del Board of Peace domani a Washington. Una modalità da azzeccagarbugli per esserci, aggirando l’impedimento che deriverebbe da una lettura antistorica dell’articolo 11 della nostra Costituzione. Non è il massimo, ma è qualcosa per evitare di segarci le gambe da noi stessi. Come fare a non capire che la priorità è stare là dove il futuro prende forma?

L’opposizione urla, strepita e grida allo scandalo. D’altro canto, non sa fare altro se non lavorare contro l’interesse nazionale. Perché in questa occasione dovrebbe essere diverso? Eppure, anche nella grossolanità di certi spettacoli autolesionistici di cui la sinistra è maestra indiscussa si possono cogliere interessanti spunti di riflessione sulla politica nostrana. Sono settimane che l’ala moderata del centrodestra coltiva una suggestione alquanto bizzarra: attrarre Carlo Calenda e la sua scarna truppa nell’area della coalizione in vista della costruzione del governo della prossima legislatura.

Ieri il corteggiato Calenda ha firmato la mozione delle opposizioni contro la presenza italiana alla cerimonia inaugurale di Washington, sia pure solo a titolo di Stato osservatore. Forzisti e compagni si togliessero dalla testa l’idea del reclutamento di Azione nel centrodestra: è una fantasia priva di fondamento nella realtà. E la Meloni lasci cuocere i colleghi dell’Unione europea nel loro brodo autodistruttivo. Se a loro di ciò che accade a Gaza non importa nulla, come hanno dimostrato ampiamente negli anni trascorsi, all’Italia importa. Se a loro il rapporto con l’America trumpiana sta stretto, che se la sbrighino da soli ma non ci coinvolgano, perché non siamo così stupidi da non capire che è tutto e solo teatro; che se l’odiato Trump se li chiamasse a uno a uno, a cominciare da Emmanuel Macron, e offrisse loro un vantaggioso accordo bilaterale, tutti lo accetterebbero senza pensarci un secondo.

E della tanto decantata resilienza europea a stare tutti insieme uniti come un sol uomo? Chiacchiere da bar dello sport. Ognuno di loro sarebbe pronto a scaricarci senza troppi riguardi come si fa con un sacchetto dell’immondizia lasciato all’angolo della strada. È già accaduto e il passato dei rapporti intraeuropei è un implacabile testimone di verità. Perciò, al diavolo Amleto e le paturnie decadenti dei soci europei. A Giorgia o a chi sarà presente a Washington in sua vece offriamo una locuzione latina che calza a pennello per descrivere lo stato d’animo e la volontà del Governo italiano a fare il bene della nazione presenziando al Board of Peace. Eccola: Hic manebimus optime. Non occorre tradurre, che si capisce benissimo.


di Cristofaro Sola