Roberto Vannacci e la variante di Lüneburg

venerdì 6 febbraio 2026


Non doveva succedere. Invece è successo, e ora sono guai. Roberto Vannacci, il generale che si è fatto politico, ha rotto gli ormeggi e ha lasciato il porto leghista che pure lo aveva accolto, assistito e avviato a un nuovo lavoro dopo che i vertici militari l’avevano messo in panchina. Matteo Salvini, suo sponsor e mentore, l’ha presa malissimo. Ha accusato il generale di tradimento e di disonore per aver mancato alla parola data. Vannacci ha risposto per le rime al suo ex capo. Traditore sarai tu, ha tuonato il generale punto nell’orgoglio di soldato. E ha aggiunto: semmai, sono io quello che ha mantenuto la posizione quando la Lega di governo si è prestata a fare l’opposto di ciò che aveva promesso ai suoi elettori in campagna elettorale.

Per Vannacci dove sarebbe la coerenza di Salvini nel dire no alle armi all’Ucraina, salvo poi votare in Parlamento per le armi all’Ucraina? Giurare di voler spezzare le reni alla riforma Fornero sulle pensioni, salvo poi non solo confermarla ma addirittura inasprirla? Dichiararsi contro questa Europa di burocrati e di nemica dei popoli, salvo porsi ai suoi ordini per fare bene i compitini assegnati all’Italia da quegli stessi burocrati odiati e contestati? Per non parlare della fiacca risposta data dal Governo di centrodestra al problema dell’immigrazione  ̶  cavallo di battaglia della propaganda di destra – e dei tanti altri dietrofront che il generale tutto d’un pezzo ha dovuto ingoiare neanche fossero rospi nella sua pur breve esperienza politica.

Chi ha ragione tra i due? E, soprattutto, chi vince e chi perde da questa separazione traumatica consumata davanti all’opinione pubblica? Difficile dirlo. Al momento, certamente perde la Lega, ma non solo. L’effetto Vannacci è destinato ad avere ricadute negative sul peso specifico che finora la coalizione di centrodestra è riuscita a garantire a sé stessa. Ciò avrà conseguenze sul voto per il rinnovo del Parlamento nel 2027? Presto per dirlo. Ma restiamo sui pochi fattori che sembrano consolidati. Di là dal dramma umano e sentimentale che la rottura tra i due amici ha comportato, l’iniziativa di Vannacci ha scoperchiato una pentola – quella leghista – che non riusciva più a tenere insieme tutte le contraddizioni coltivate dall’avvento, nel 2013, di Matteo Salvini alla guida del partito.

Il riposizionamento strategico leghista su un’agenda marcatamente sovranista era stato accettato dalla sua classe dirigente della prima ora non per convinzione ideale ma per mero opportunismo. Nel 2012 la casta dei “mandarini bossiani” era cotta e sarebbe finita tutta a casa se non fosse stato per il geniale colpo d’ala imposto da un giovane “Capitano”, abile nell’intercettare il sentire profondo della maggioranza degli italiani, desiderosi di protezione dall’abbattersi degli effetti negativi della globalizzazione economica sulle loro vite. I “mandarini” leghisti hanno lasciato fare al capo fin quando i risultati nelle urne gli hanno dato ragione. Poi, però, quando si è trattato di passare dalla propaganda urlata alla concretezza dell’azione di governo, con la creazione dell’asse populista con i Cinque Stelle di Beppe Grillo, hanno cominciato a tirare calci sotto al tavolo. Si sono messi di traverso fino a costringere il “Capitano” a rimettersi in riga davanti ai diktat di una borghesia industriale, prevalentemente del Nord, che fin dai tempi di Umberto Bossi si era servita della Lega quale comoda buca delle lettere per inviare messaggi intimidatori all’indirizzo dell’intera classe politica.

E mentre la navicella salviniana affondava sulle secche del Papeete, i “mandarini” festeggiavano e danzavano neanche fossero sul ponte del Titanic. È lì, sul bagnasciuga del Papeete che si è arenato il sogno sovranista di Matteo Salvini; è lì che è andata smarrita la speranza di scrivere la storia dell’Italia dei primi decenni del nuovo secolo dalla parte dei vincitori. Tutto quello che è avvenuto dopo è stata una lenta agonia del partito, scandita da una costante emorragia di consensi ceduti alla promessa emergente: Giorgia Meloni, la ragazza di ferro cresciuta fuori dagli schemi della partitocrazia.

Eppure, Salvini non si è rassegnato all’oblio, consapevole che i temi identitari con i quali aveva in passato guadagnato la fiducia di tanti italiani potessero essere rinverditi. Tuttavia, in un tempo storico che si nutre di immagini e di suggestioni ancor prima che di valori e progetti bisognava trovare un volto nuovo, credibile, che incarnasse la volontà del leader leghista di tornare alla matrice sovranista. E quel volto nuovo, il frontman della ritrovata Lega 2.0, risorta dalla vischiosità delle sue congenite grettezze bottegaie, era sulla rampa di lancio: Roberto Vannacci.

Profilo di soldato coraggioso, audace e schietto. Uno di destra a ventiquattro carati. Uno da “boia chi molla”. Chi fosse realmente Vannacci e quali fossero le sue idee, i “mandarini” leghisti lo sapevano benissimo. Ma, ancora una volta, lo hanno lasciato fare perché portasse il risultato per il quale era stato reclutato. Dopo, sono tornati a lavorare ai fianchi il “Capitano” perché tenesse a cuccia il “cane da guerra”. Ma Vannacci non è uno che si fa usare e gettare via come uno straccio qualsiasi. Ha cominciato a piantare grane all’interno del partito perché pretendeva che il leader desse seguito alle promesse fatte agli elettori. Una rottura di scatole. A quel punto i mugugni dei “mandarini” all’indirizzo del generale non sono più bastati. La polemica interna è cresciuta di tono fino a spingere Luca Zaia a promulgare  ̶  per il tramite di un interessatissimo “Il Foglio” – il manifesto della svolta liberale/moderata della Lega a trazione nordista. Quando Zaia scrive: “Una destra matura non impone visioni, ma costruisce regole chiare, rispettose, capaci di tenere insieme libertà personali, responsabilità collettiva e ruolo dello stato. Senza rinunciare alla propria identità, senza arretrare dinanzi le proprie idee. Basta entrare oggi in una scuola dell’infanzia o in una classe delle elementari per rendersene conto: i bambini italiani crescono accanto a bambini di altre culture, storie e provenienze. Possiamo far finta di non vederlo, oppure possiamo governare questo fenomeno con intelligenza. L’identità non è un riflesso automatico: si insegna, si trasmette, si costruisce. E si rafforza anche nel rispetto dell’identità altrui, di quelle famiglie che il nostro paese ospita e che ne fanno ormai parte. La nostra storia lo dimostra: Venezia dialogava con Bisanzio in un confronto continuo, aperto, talvolta competitivo, prendendo il meglio da quell’incontro e rafforzando così la propria civiltà”, è come sventolare non un fazzoletto rosso ma un’intera coperta matrimoniale rossa sotto il naso del toro Vannacci.

Al generale, a leggere quelle parole deve essere andato in fumo il cervello. Si sarà chiesto: di che parla il diplomato alla scuola enologica di Conegliano? Lui, invece, ricorda che all’Accademia militare gli hanno fatto studiare la Battaglia di Lepanto, altro che dialogo aperto e competitivo con Bisanzio. Ferro e sangue e solo dopo affari, ecco cosa è stato per secoli il rapporto tra l’Oriente e l’Occidente del mondo conosciuto. Ora, su queste premesse come sarebbe stato possibile evitare la rottura? Il gioco di Salvini di tenere in piedi un partito a due anime è miseramente naufragato. Hanno vinto i “mandarini” e il sovranista duro e puro ha dovuto prenderne atto e fare le valigie. Se qualcuno in casa Lega ha sperato che lo sconfitto se ne tornasse agli ozi domestici dopo la parentesi in politica si è illuso. Vannacci si predispone a essere un fenomeno politico interessante, in quanto risposta a un’istanza di oltranzismo a destra che c’è e non la si può negare.

Come non si può negare che quell’istanza sia stata disattesa sia dalla svolta di politica economica in direzione “draghiana” di Giorgia Meloni, sia dai continui stop and go sovranisti di Matteo Salvini. Quando Vannacci mette nero su bianco l’intenzione di difendere valori chiari, a cui corrispondono archetipi che, evocando virtù, risvegliano una pulsione identitaria nei cuori di un po’ di italiani – parole come: coraggio, forza, dovere, spirito di sacrificio, iniziativa, determinazione, passione, memoria – pensate che non trovi persone disposte ad aiutarlo nell’impresa di formare un partito politico?

Quanto ciò possa far male al centrodestra non è possibile misurarlo. In primo luogo, perché non è dato sapere se vi sarà una nuova legge elettorale per le politiche del 2027. In ipotesi, se la nuova regola prevedesse l’abolizione dei collegi dell’uninominale dove, per forza di cose, le ammucchiate s’impongono per vincere e se venisse stabilito un premio di maggioranza per la coalizione vincitrice da fissare sotto la soglia del 50 per cento, il pericolo di una perdita di voti a destra a causa di Vannacci sarebbe neutralizzato.

Tuttavia, di là dai calcoli elettorali, il problema tutto politico e ideale del tentativo di costruire un’altra destra “in purezza”, che prenda le distanze da ciò che oggi si rappresenta quale campo alternativo alla sinistra, resta e si radica nella storia contemporanea. L’augurio è che non si cerchino scorciatoie pensando di riparare le perdite imbarcando nel centrodestra le correnti tecnocratiche e progressiste che fanno capo a Carlo Calenda. Nel qual caso sarebbe come la dicono i veneti: Xe pèso el tacòn del buso.


di Cristofaro Sola