mercoledì 4 febbraio 2026
Per commentare i fatti di Torino dello scorso fine settimana; della città messa a ferro e fuoco dagli antagonisti sociali; del pestaggio brutale di un poliziotto, serve tempo. Occorre che le pulsioni emotive si plachino, che la nebbia delle reazioni istintive si diradi; che le parole che zampillano dal cuore, i discorsi nobili dettati dal sentimento, lascino spazio ai ragionamenti “freddi”, se possibile glaciali. L’obiettivo non deve essere di riscrivere il libro Cuore ma di restituire all’opinione pubblica l’esatto perimetro del mondo che abitiamo con le sue dinamiche contorte, talvolta incomprensibili, proprie di una società complessa del nostro tempo storico. Partiamo da una prima considerazione: la violenza sistemica di un movimento politico eversivo (l’area anarco-insurrezionalista degli antagonisti sociali) che punta allo scontro con le forze dell’ordine in quanto simbolo e strumento funzionale al potere repressivo dello Stato (asserito tale dagli antagonisti) reca un indubbio fattore di chiarezza circa il posizionamento delle forze partitiche presenti sulla scena democratica.
Nella radicalizzazione della lotta fino allo scontro armato con il “nemico” i campi della politica sono costretti, loro malgrado, a demarcarsi con assoluta nettezza eliminando ogni ambiguità ideologica e culturale e, soprattutto, ogni disinvolta fluidità nel praticare quel confine altrimenti invalicabile. Askatasuna, la violenza totale, organizzata, militarizzata dei suoi appartenenti spazza via ogni forma di “però”, polverizza ogni residua traccia di “ma anchismo” che per troppi anni ha permesso a una classe politica e intellettuale elusiva sull’effettiva visione di società da costruire di stare con un piede in due staffe, di giocare su due sponde secondo convenienza. La violenza brutale degli antagonisti pone tutti, senza eccezione, nella condizione di dover scegliere da che parte schierarsi: dalla parte dello Stato o da quella dei suoi aggressori? Dopo Torino a nessuno sarà consentito di saltabeccare un po’ di qua e un po’ di là.
È evidente che se ci domandassimo, sulle orme di John Donne, per chi suoni questa campana, la risposta immediata sarebbe per la sinistra progressista o più propriamente per quell’aggregato sociale tratteggiato con caravaggesca perfezione di dettaglio dalla procuratrice generale del Piemonte e della Valle d’Aosta, Lucia Musti, la quale a proposito dell’humus ideologico-culturale che fa da terreno di coltura dell’antagonismo sociale così si esprime: “Le condotte di turbamento dell’ordine pubblico e di disordini di piazza portano a parlare anche della benevola tolleranza, della lettura compiacente di condotte, che altro non sono che gravi reati, da parte di taluni soggetti appartenenti alla upper class, i quali con il loro scrivere, il loro condurre a normalizzazione, il loro agire in appoggio, vanno a popolare quella che voglio sintetizzare come area grigia, di matrice colta e borghese, che dovrebbe per contro svolgere un’illuminata azione di deterrenza, di educazione al vivere sociale e di rispetto delle regole democratiche”.
Parla dei radical chic della Torino sabauda che dagli agi dei lussuosi salotti progressisti hanno insufflato i facinorosi fino ad armarne la mano. Li vogliamo chiamare “cattivi maestri”? Certo, perché no? Ma non sono solo cattivi ma anche vigliacchi, per come sanno lanciare la pietra e nascondere la mano. Non è questione dell’oggi. Già, perché non si tratta di inedite e impreviste convergenze nate e giustificate dall’avvento della globalizzazione, dal crollo delle utopie egualitarie dell’Ottocento/Novecento e dalla rapida destrutturazione della lotta di classe che ha consentito alla borghesia liberal di prendersi gli spazi lasciati vuoti dai partiti di massa dei lavoratori. È piuttosto una profonda linea di faglia che divide inesorabilmente la società italiana dai tempi del secondo dopoguerra. Una corrente carsica di contrapposizione prepolitica, che riconosce la propria ragion d’essere nell’individuazione del nemico ontologico; che in taluni momenti (la stagione di Silvio Berlusconi in politica) rompe gli argini tracimando nel campo dell’antropologia.
Una ferita lunga 80 anni e mai rimarginata. Una lesione allo spirito unitario della nazione che ha conosciuto recrudescenze e punti di svolta. Il male che abbiamo visto sprigionarsi a Torino ha la sua radice nei fatti di Genova del 2001, con il G8. Il giustificazionismo con il quale si tende, da parte dei suoi assertori e padrini politici e intellettuali, a minimizzare la gravità dei comportamenti violenti, nasconde il peccato originale della borghesia progressista del nostro tempo che a Genova permise la santificazione di Carlo Giuliani, il teppista antagonista ucciso da un carabiniere in Piazza Alimonda, nel corso degli scontri con i no-global. Mario Placanica (è il nome del carabiniere) sparò per difendersi. La camionetta in cui era asserragliato era stata presa d’assalto da Giuliani e dai suoi sodali. Ebbene, nonostante tutte le sentenze avessero riconosciuto l’assoluta legittimità dell’azione del carabiniere nel difendere la propria vita, la politica “illuminata”, con un imbarazzante ammiccamento anche da parte di settori del centrodestra, ha avallato la narrazione del giovane teppista, lui combattente per la libertà, vittima della ferocia dello Stato oppressore. Giuliani eroe del nostro tempo, al quale hanno dedicato effigi e opere commemorative.
Nel rovesciamento della parti, il carabiniere diviene il carnefice salvatosi per il rotto della cuffia dalla giusta punizione grazie a una normativa indulgente con i servi e lacchè dello Stato-padrone. Giuliani, al contrario, assurge al Pantheon degli immortali non per aver imbracciato un fucile ma un estintore con il quale avrebbe provato a colpire il carabiniere, personificazione del nemico da abbattere. Da Giuliani, dal G8 di Genova ad Askatasuna si dipana una linea di continuità spazio-temporale che sostiene e legittima la violenza come strumento di lotta politica. Se ne ricava che non vi potranno mai essere punti di mediazione e di equilibrio tra chi sta con gli antagonisti sociali e ne giustifica l’esistenza quale soggetto politico agente sul terreno del conflitto sociale e chi invece è contro di essi. Per intenderci: quando un Maurizio Landini invoca la rivolta sociale per contrastare il governo di destra non può dopo ipocritamente dissociarsi a parole dagli atti violenti degli antagonisti perché l’azione dei facinorosi non è altro che la traduzione in prassi di ciò che lui ha teorizzato.
Vale per Landini e vale per tutti quegli esponenti della sinistra che hanno espresso solidarietà a un movimento – Askatasuna – il quale persegue sistematicamente con metodi terroristici una finalità dichiaratamente illegale: riprendere possesso indebito di un immobile occupandolo. Quando i politici, sabato scorso, hanno sfilato nel corteo di Askatasuna prima che cominciasse la guerriglia urbana – è bene ribadirlo – stavano in strada per sostenere un pretesa illegale: l’occupazione abusiva di un edificio. Alla luce di quanto accaduto è di tutta evidenza che per la sinistra radicale non vi sia un problema di collocazione o di distanza dall’area dell’antagonismo: sono fatti della stessa pasta. Come non c’è per quelli di destra i quali naturaliter vi si contrappongono frontalmente. Il problema, in realtà, è tutto di quella porzione di sinistra progressista che fa capo al Partito democratico, il quale, nelle sue diverse denominazioni, dalla fine traumatica dell’utopia comunista ha preso a camminare sul filo della contraddizione reggendo tra le mani quel fastidioso “ma anchismo” del quale detiene l’indiscusso copyright.
Oggi tocca al partito di Elly Schlein dire da che parte stia: dalla parte della polizia che difende lo Stato e i cittadini o da quella dei terroristi che lo attaccano? È per il dialogo, al limite dell’Entente cordiale, con i nemici dello Stato o per la repressione dei loro comportamenti violenti? È per la democrazia decidente o per la dittatura della minoranza? È con la signorina Ilaria Salis per la quale le occupazioni di immobili con la forza sono atti di giustizia sociale o sta con chi è pronto a battersi per difendere il diritto inalienabile e naturale dell’individuo a godere dei propri beni e a vedere rispettata la sua proprietà? Sia chiaro: non vi è alcun intento moralistico nel porre le domande. Non stiamo qui a giudicare se certe alleanze o certe sintonie a sinistra siano giuste o biasimevoli.
Non è compito nostro dire al nemico con chi stare e come organizzarsi per farci la guerra. Possiamo, questo sì, legittimamente pretendere chiarezza dal principale partito dell’opposizione al Governo Meloni. Giusto o sbagliato non tocca a noi giudicare, ma Elly Schlein lo chiarisca all’opinione pubblica che reclama il diritto di sapere: il Pd da che parte sta, con Askatasuna o con lo Stato? Decida Elly, botte piena o moglie ubriaca? Perché entrambe non si possono avere. Se è con lo Stato che vuole stare allora concorra all’approvazione delle nuove norme sulla sicurezza, mostrando che sull’interesse nazionale non ci si divide per volgare calcolo di bottega elettorale. Il buonismo ecumenico ispirato da Walter Veltroni ormai non funziona più. Di qua o di là. Tertium non datur.
di Cristofaro Sola