martedì 3 novembre 2026
Una tassa sulle uscite è una tassa sulle entrate. Valeva per l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori: impedire alle imprese i licenziamenti individuali, se non a condizioni molto restrittive, equivaleva a indurle a una cautela estrema prima di assumere nuovi dipendenti. Per la stessa ragione, la “exit tax” prevista dalla legge di bilancio potrà, forse, generare un gettito effimero nell’immediato ‒ 3,37 milioni nel 2027 e poi 6,74 milioni all'anno fino al 2031 ‒ ma, a lungo andare, rischia di erodere la propria base imponibile.
L’imposta colpisce i guadagni maturati in Italia da chi trasferisce all’estero la residenza fiscale e possiede beni e diritti pari ad almeno 800 mila euro. L’aliquota del 26 per cento si applica alle plusvalenze maturate prima del trasferimento, anche se non realizzate; la base imponibile è però ridotta al 48,08 per cento per i titoli di stato. L’imposta è un caso di studio interessante perché è un compendio di tutto ciò che non bisognerebbe fare. Infatti, la base imponibile include le plusvalenze non realizzate, vale a dire guadagni che il contribuente potrebbe non vedere mai: se, per esempio, possiede azioni che nel tempo perderanno valore, egli aggiungerà al danno della minusvalenza la beffa dell’imposta. Inoltre, ancora una volta l’ordinamento tributario privilegia gli investimenti nel debito pubblico rispetto a quelli nell’economia reale: dal punto di vista dello Stato il trattamento di favore non ha alcun impatto, perché il minor gettito è compensato dai minori rendimenti richiesti, ma dalla prospettiva dell’investitore si tratta di un doppio standard ingiustificabile.
Tutto ciò sarebbe comprensibile se, nonostante le distorsioni, servisse almeno a tenere in ordine i conti pubblici. Invece appare perfino controproducente, e non solo perché il gettito atteso è infimo. Da un lato, si cerca di attrarre contribuenti esteri con il regime per i neo-residenti (la cosiddetta “flat tax” da 100 mila euro, ora 300.000, per chi si trasferisce in Italia). Dall’altro, gli si dice oggi che, una volta messo piede nel nostro paese, per andarsene dovranno pagare un dazio sproporzionato. Crediamo davvero che, tra la carota in ingresso e il bastone in uscita, sarà la prima a prevalere? E crediamo davvero che impedire la fuga di chi già si trova in Italia sia prioritario rispetto a creare condizioni favorevoli per chi potrebbe arrivare? Anche dal punto di vista politico è una mossa incomprensibile: chiunque la osservi non potrà non vedervi l’antipasto di una patrimoniale, proprio quando la maggioranza sta facendo tutti gli sforzi per presentarsi come il baluardo contro questo tipo di imposizione.
Abbiamo più volte lodato la manovra per la prudenza con cui il ministro Giancarlo Giorgetti ha caratterizzato l’intera politica di bilancio nel corso di questa legislatura. Tutelare i conti pubblici è l’obiettivo più importante. Ma ci sono anche degli svarioni che vanno corretti, non solo per ciò che implicano in sé, ma anche per il messaggio che trasmettono. La “exit tax” è uno dei più vistosi.
(*) Tratto dall’Ibl
di Istituto Bruno Leoni (*)