La Cgil vuole le case, ma quelle degli altri

mercoledì 28 ottobre 2026


Contro gli affitti brevi torna l’ideologia dirigista: il sindacato invoca nuovi vincoli anziché liberare il mercato. E pretende di risolvere la crisi abitativa comprimendo la libertà economica.

La nuova offensiva contro gli affitti brevi offre alla Cgil l’occasione per rilanciare la sua ricetta dirigista sulla casa. In un comunicato del 27 ottobre, il sindacato attacca Matteo Salvini per la sua opposizione a nuove restrizioni europee sulle locazioni turistiche. Lo accusa di difendere la rendita immobiliare e le piattaforme digitali, mentre l’emergenza abitativa si aggrava. La tesi è nota: gli affitti brevi sottrarrebbero abitazioni al mercato residenziale, riducendo l’offerta e facendo aumentare i canoni. Per questo, secondo la Cgil, andrebbero limitati con nuovi interventi pubblici.

Ma la polemica con il ministro solleva una questione più importante: fino a che punto lo Stato può decidere come i cittadini debbano usare i propri immobili? La Cgil sembra ignorare che la scarsità di alloggi dipende anche da ostacoli creati dal potere pubblico, dalla rigidità urbanistica alla lentezza delle autorizzazioni, fino all’eccessiva pressione fiscale. Anziché rimuoverli, propone ideologicamente di estendere ulteriormente il controllo politico sul mercato abitativo, sacrificando la libertà individuale sull’altare di una presunta giustizia sociale.

In pratica, è la logica del collettivismo applicata all’abitare, una sorta di socialismo abitativo: il bene appartiene formalmente al cittadino, ma il potere di stabilirne l’utilizzazione viene progressivamente trasferito alla politica. Si conserva il nome della proprietà privata, svuotandone il contenuto. In conseguenza di ciò, il proprietario sopporta imposte, manutenzioni, responsabilità e rischi, mentre altri pretendono di decidere quale contratto debba stipulare, a quali condizioni e per soddisfare quali esigenze sociali. È un rovesciamento del rapporto tra individuo e potere pubblico, mascherato da solidarietà.

La difficoltà di trovare casa non si risolve trasformando gli affitti turistici in un delitto economico. Un appartamento sottratto alle locazioni brevi non diventa automaticamente disponibile per una famiglia. Può essere venduto, utilizzato personalmente o lasciato vuoto. La politica può vietare un contratto, ma non può obbligare le persone a stipularne un altro. Soprattutto, non può creare ricchezza per decreto. La pretesa di governare l’offerta attraverso proibizioni rivela l’incapacità del dirigismo di comprendere gli incentivi che orientano le decisioni economiche.

Se qualcuno preferisce affittare per tre giorni anziché per quattro anni, occorrerebbe domandarsi perché. Forse teme la morosità, la durata delle controversie o l’impossibilità di recuperare tempestivamente l’immobile. Ma affrontare questi problemi significherebbe mettere in discussione l’apparato di vincoli che la stessa cultura interventista ha contribuito a costruire. Molto più semplice accusare chi investe, cercando un colpevole sul quale scaricare le conseguenze di politiche fallimentari.

Anche la demonizzazione della “rendita” appartiene a un armamentario ideologico, costituito da ferri arrugginiti, ostile alla libertà economica. Una casa rappresenta capitale accumulato, risparmio investito e rischio assunto. Offrirla sul mercato significa mettere a disposizione un servizio che altri acquistano volontariamente. Il profitto non è un furto, né una colpa da espiare. È il risultato possibile di un’attività economica, sottoposta al rischio di perdita, che certifica il successo di un’iniziativa. Pretendere di giudicarne la legittimità in base a un concetto collettivo reificato come l’utilità sociale stabilita dal sindacato significa negare il principio stesso dello scambio volontario.

Il punto è ancora più radicale. Nessun bisogno, per quanto reale e urgente, attribuisce automaticamente a qualcuno un diritto sul patrimonio altrui. Il diritto all’abitazione, inteso come pretesa di ottenere l’uso di un immobile privato contro la volontà del titolare, diventa inevitabilmente un obbligo imposto a un altro individuo. Non è solidarietà: è trasferimento coercitivo di risorse. E chiamarlo giustizia sociale non cancella la violazione della libertà che comporta.

L’esperienza italiana dell’equo canone avrebbe dovuto insegnare quanto siano pericolose queste illusioni. La legge può stabilire un prezzo, non può però imporre agli investitori di costruire, recuperare e offrire abitazioni a condizioni che non ritengono convenienti. Se l’intervento pubblico riduce i rendimenti attesi e aumenta i rischi, il capitale cerca altri impieghi. Le conseguenze ricadono anche sugli aspiranti inquilini, ai quali vengono promesse tutele che possono tradursi in minori possibilità di trovare casa.

Altrettanto illiberale è la pretesa di penalizzare gli immobili inutilizzati. Il proprietario non ha alcun dovere morale di rendere produttivo il proprio patrimonio secondo i criteri fissati dall'autorità. Può conservarlo, destinarlo a esigenze future o semplicemente non impiegarlo. Trasformare il fisco in uno strumento per costringerlo a comportarsi diversamente significa utilizzare la tassazione come sanzione contro una scelta legittima. La libertà comprende anche il diritto di non fare ciò che la politica considera desiderabile.

Una soluzione fondata sulla libertà economica richiede esattamente l’opposto: abbattere le barriere urbanistiche, liberalizzare la costruzione e il recupero degli edifici, ridurre drasticamente la fiscalità immobiliare, restituire certezza ai contratti e garantire l’effettività della tutela giudiziaria. Non servono altri programmi per amministrare le case esistenti, ma condizioni che consentano di crearne di nuove. L’offerta cresce quando investire è conveniente, non quando lo Stato distribuisce obblighi e divieti.

Salvini, nel contrastare le restrizioni europee, difende in questo caso un principio condivisibile. Nondimeno sarebbe incoerente respingere il dirigismo di Bruxelles e accettare quello di Roma o dei Comuni. La libertà economica non cambia natura secondo la provenienza del provvedimento che la comprime.

La polemica della Cgil rivela dunque una contrapposizione fondamentale: da una parte la libertà di scegliere, investire e contrattare; dall’altra la pretesa collettivista di subordinare le decisioni individuali agli obiettivi del potere pubblico. La crisi abitativa diventa così il pretesto per chiedere nuove limitazioni anziché rimuovere quelle esistenti.

Nessun sindacato, tuttavia, può rivendicare un’autorità morale sui beni degli altri. Le abitazioni non si moltiplicano con le requisitorie ideologiche e la prosperità non nasce dalla coercizione. La soluzione è più mercato, più concorrenza, più libertà. Non l’ennesima offensiva contro chi possiede, costruisce e investe.


di Sandro Scoppa