venerdì 9 ottobre 2026
Capitali, investimenti e nuove imprese seguono gli incentivi. Il regime per i neo-residenti mostra quanto contino tasse più leggere, regole certe e un sistema capace di attrarre invece di respingere.
Ci sono numeri che valgono più di molte discussioni teoriche. Quelli riportati dal settimanale L’Economia del Corriere della Sera, a proposito della flat tax per i neo-residenti, appartengono a questa categoria. I beneficiari del regime introdotto nel 2017 sarebbero ormai vicini a tremila; il gettito aggiuntivo avrebbe sfiorato gli 800 milioni di euro; circa quattro miliardi sarebbero stati investiti in immobili; un beneficiario su cinque avrebbe inoltre costituito una società o una filiale in Italia. Indicano una direzione abbastanza chiara: quando un Paese rende più conveniente stabilirvisi, arrivano persone, patrimoni e iniziative economiche.
Il regime previsto dall’articolo 24-bis del Tuir consente, ricorrendone i requisiti, a chi trasferisce la residenza fiscale in Italia di assoggettare i redditi prodotti all’estero a un’imposta sostitutiva forfettaria. Ma l’interesse della misura va ben oltre il suo funzionamento tecnico. Essa rende evidente un principio elementare che la politica fiscale tende spesso a dimenticare: le imposte modificano i comportamenti. Le persone reagiscono agli incentivi e scelgono dove vivere, investire e impiegare le proprie risorse.
Il contribuente, del resto, non è una base imponibile murata al suolo. Può trasferirsi, investire altrove, rinviare un’operazione o destinare diversamente il proprio capitale. Tassare non significa quindi soltanto stabilire quanto prelevare da una ricchezza già esistente. Significa anche incidere sulle decisioni che determinano dove quella ricchezza sarà prodotta, investita e conservata. Più lo Stato rende onerosa una scelta, più aumenta la convenienza delle alternative.
Proprio per questo non conta soltanto quanto si paga. Conta anche la possibilità di conoscere con ragionevole certezza le condizioni nelle quali si potrà operare domani. La continuità del regime negli anni ne ha rafforzato la credibilità e, con essa, l’attrattività dell’Italia. A questo si sono aggiunti fattori esterni, come la riforma della tassazione britannica dei non domiciliati, che ha contribuito ad accrescere la mobilità internazionale dei grandi patrimoni. L’Italia è riuscita a intercettarne una parte, attirando non soltanto nuova residenza fiscale, ma consumi, acquisti immobiliari, domanda di servizi professionali e, in diversi casi, attività economiche.
La tassazione forfettaria viene criticata perché riserva condizioni particolarmente favorevoli a persone che si assumono già facoltose. È un’obiezione comprensibile sul piano politico, che rischia tuttavia di partire da un confronto sbagliato. Non si dovrebbe confrontare quanto questi soggetti pagano con il regime speciale con quanto avrebbero versato nell’ipotesi astratta che fossero stati comunque residenti in Italia. Occorre confrontare ciò che versano e generano dopo essersi trasferiti con ciò che il Paese avrebbe ottenuto se avessero scelto di vivere e investire altrove. In quel caso non vi sarebbe stato quel gettito derivante dalla nuova residenza e difficilmente vi sarebbe stato il medesimo indotto.
Da qui emerge una questione molto più generale. La progressività è inscritta nel nostro ordinamento, ma ciò non la sottrae alla valutazione dei suoi effetti economici. Quando il prelievo aumenta insieme al reddito, una quota crescente del risultato aggiuntivo dell’attività individuale viene assorbita dal fisco. E quanto maggiore diventa il peso della tassazione, tanto più diventano rilevanti gli incentivi a modificare comportamenti, ridurre o rinviare investimenti, trasferire patrimoni e cercare condizioni meno onerose.
Il problema dovrebbe allora essere posto in termini diversi. Anziché domandarsi continuamente quanto ancora lo Stato possa prelevare, sarebbe più utile chiedersi quanto poco sia necessario prelevare per assicurarne le funzioni essenziali. Un sistema fiscale semplice, leggero e prevedibile lascia agli individui una parte maggiore delle risorse che hanno prodotto e, nello stesso tempo, riduce l’estensione del potere pubblico sulle loro decisioni economiche. Il punto non dovrebbe essere moltiplicare regimi speciali e privilegi per categorie selezionate. Dovrebbe essere rendere meno gravoso il sistema ordinario: meno imposte, meno eccezioni, meno burocrazia e minore intermediazione dello Stato.
Anche i quattro miliardi di acquisti immobiliari indicati nel servizio meritano attenzione. La domanda dei nuovi residenti si concentra soprattutto su proprietà di grandi dimensioni e nelle zone più prestigiose, al punto che in alcuni casi l’offerta risulterebbe insufficiente. Davanti all’aumento dei prezzi, la reazione ricorrente è guardare con sospetto alla domanda e immaginare nuovi interventi per contenerla. Ma la domanda non è una patologia da curare. È un’informazione trasmessa dal mercato.
Dove è possibile reagire, prezzi e domanda dovrebbero incoraggiare nuova offerta, recupero del patrimonio esistente, riqualificazione, trasformazione e investimento. Se questa risposta è troppo lenta o insufficiente, occorre interrogarsi anche sugli ostacoli che la frenano. Urbanistica, autorizzazioni, tempi amministrativi, carico fiscale sugli immobili, vincoli e incertezza normativa possono rendere più difficile adeguare l’offerta alle nuove esigenze. Impedire o rendere più costoso l’investimento non elimina la scarsità: tende semmai ad aggravarla.
È qui che il confronto con le politiche sulle locazioni diventa particolarmente significativo. Con il regime dei neo-residenti lo Stato parte dal presupposto che, per attirare risorse, occorra offrire condizioni sufficientemente convenienti e prevedibili. Quando invece si parla di case in affitto riemerge periodicamente la logica opposta: controlli, limiti, vincoli e restrizioni alla disponibilità del bene. Si vorrebbe più offerta rendendo meno conveniente offrirla. Le due impostazioni difficilmente possono convivere senza contraddirsi.
C’è infine un altro elemento, forse ancora più importante. Nel servizio di L’Economia viene osservato che maggiore certezza del diritto e tempi più rapidi della giustizia potrebbero favorire il trasferimento in Italia non soltanto di patrimoni e individui, ma anche di intere attività economiche. Il punto tocca uno dei limiti strutturali del nostro sistema. Una fiscalità competitiva può attirare capitale, ma procedure, autorizzazioni, adempimenti, instabilità normativa e lentezza della giustizia possono subito ridurne l’effetto. Aprire una porta serve a poco se appena oltre la soglia si costruisce un labirinto.
Una società libera prospera quando lascia agli individui la possibilità di scegliere, investire, rischiare, risparmiare e disporre delle proprie risorse secondo le proprie valutazioni. Non occorre nutrire particolare simpatia per i milionari per riconoscerlo. La proprietà di una persona non diventa una disponibilità dello Stato perché quella persona ha avuto successo, né capitale e iniziativa cessano di essere mobili perché il legislatore preferirebbe considerarli tali.
La vera lezione della flat tax, dunque, non riguarda i ricchi. Riguarda tutti. Vale per l’imprenditore che decide se investire, per il proprietario che valuta se mettere una casa sul mercato, per il professionista che pensa di ampliare la propria attività e per chiunque debba scegliere se rischiare risorse proprie in un progetto. Ogni volta che il potere pubblico rende una decisione più costosa, più incerta o più difficile, ne riduce la convenienza. Ogni volta che diminuisce prelievo e ostacoli, restituisce spazio all’iniziativa individuale.
L’Italia sembra averlo compreso quando vuole attirare chi viene da fuori. Molto meno quando stabilisce le condizioni nelle quali devono operare coloro che già vivono, producono, investono e possiedono nel Paese. Ed è questo il paradosso: abbiamo scoperto che meno pressione, maggiore certezza e più libertà rendono l’Italia attraente, e, nonostante ciò, continuiamo troppo spesso a organizzare il sistema ordinario secondo la logica opposta. La lezione da trarre non è quella di estendere la flat tax a qualche altra categoria privilegiata. È più semplice e, insieme, più radicale: poche tasse, poche regole e uno Stato che occupi meno spazio, lasciandone molto di più agli individui.
di Sandro Scoppa