venerdì 2 ottobre 2026
Non esiste un dato ufficiale disaggregato unico pubblicato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) che consenta di avere la precisione al centesimo. Tuttavia, il gettito complessivo derivante da accise e imposte di consumo sui prodotti energetici nel 2025 si è attestato complessivamente intorno ai 45 miliardi di euro, a cui va aggiunta la componente Iva (fissata al 22 per cento sul prezzo industriale più le accise).
Entrate per lo Stato per oltre 50 miliardi di euro, da poter spendere come meglio ritenuto opportuno dagli apparati pubblici.
La spesa pubblica totale in Italia nel 2025 è stata di 1.152,9 miliardi di euro (pari a 1.152.900.000.000 euro).
Uscite, spese per oltre 1.150 miliardi di euro.
Semplifichiamo e togliamo di mezzo i miliardi, rimangono 50 euro e 1100 euro.
Se una famiglia avesse uno stipendio di 1152 euro davvero sarebbe così complicato a rinunciare a 50 euro al mese di spese? Sarebbe poco più del 5 per cento, uno sconticino che riterremmo risibile al supermercato, chissà perché la stessa percentuale non vada bene e sia considerata troppo alta quando ne beneficia, sostanzialmente, e molto, solo la “casta”.
Davvero ci vogliono far credere che non sia possibile ed immaginabile tagliare la spesa pubblica per 50 miliardi? Ossia poco più del 5 per cento?
Dovessero mai tirare la cinghia e rinunciare a qualche sede prestigiosa in qualche società partecipata o sede ministeriale, o qualche gabinetto di ministro dovesse mai tagliare l’acqua minerale e le caramelle nelle sale riunioni, qualche ente locale dovesse mai rinunciare ad elargire i contributi per la sagra della seggiola e della cadrega?
Davvero non si può tagliare qualche poltrona da direttore generale, qualche struttura creata ad hoc per accontentare qualche correntella politica interna, qualche ex politico non confermato, qualche persona generosa in fase di campagna elettorale; davvero qualche auto “blu” deve per forza essere a disposizione h 24, con relativo posto macchina riservato ed autista pagato per gli straordinari anche a Natale e Capodanno?
Davvero c’è bisogno dei tanti consulenti o componenti delle centinaia, forse migliaia di organismi, osservatori, consulte, tavoli di monitoraggio di cui la PA è piena ad ogni livello?
Davvero non si possono tagliare, i molteplici rivoli in cui si dipana lo sperpero pubblico, e si chiede ai cittadini, ed imprese di consumare meno per ridurre la spesa per energia e carburanti?
Davvero tutti i militari devono andare in pensione a 60 anni, anche quelli che non hanno fatto un giorno di servizio in zone teatri di guerra, peace keeping, zone ad alto tasso di criminalità, o davvero possiamo ancora ammettere il cumulo di pensioni come solo certi professori, onorevoli, ministri, ex giudici della Corte costituzionale e ex presidenti di autorità indipendenti sanno fare?
Davvero c’è bisogno di tutti i bonus, contributi e sovvenzioni, e soprattutto davvero deve essere tutto gratis per tutti, scuola, sanità, servizi, anche quando si è ben visibili per il welfare e molto meno per il fisco? O anche lì, grazie alla quasi assenza di controlli, è tutto in piedi per garantire apparati, appalti e stipendi, posti di lavoro che altrimenti sarebbero regolati dal mercato e dall’efficienza, ma non ne beneficerebbero amici e amici degli amici?
La lista è infinita, non basta né la fantasia né l’AI per tirare giù il lungo elenco, che ricomprende piccoli e grandi sprechi che nessun politico osa toccare, ma che anzi aumenterebbe volentieri perché la platea dei questuanti è sempre troppo larga.
Per tornare al caro energia e alla spesa pubblica, che sono strettamente correlate anche se nessuno vuole dirlo, forse la premier italiana all’Europa, relativamente ai prezzi dell’energia da arginare, piuttosto che chiedere “più flessibilità” avrebbe dovuto chiedere la sospensione dell’assurdo meccanismo del prezzo marginale che determina quanto paghiamo l’energia, che fa sì che in Europa, in Paesi come l’Italia l’energia costi tantissimo.
Sono anni che le aziende denunciano l’aumento spropositato dei costi per l’energia, e tante per questo motivo hanno chiuso, ed ora che sta finendo il mercato tutelato, anche le famiglie si accorgeranno che stangate arriveranno. A differenza di quello che profetizzavano alcuni liberali entusiasti (e forse frettolosi) delle privatizzazioni a tutti i costi, i prezzi non si sono abbassati per via della concorrenza, bensì si sono alzati quelli di tutti i concorrenti insieme, portando all’esito contrario che si sperava che la concorrenza potesse apportare al sistema. Va inoltre considerato che sulle bollette degli italiani pesano molto anche le accise, l’Iva e gli oneri generali, che servono a pagare i bonus sociali e a finanziare la transizione ecologica e le nuove infrastrutture per le fonti pulite.
Se venisse sospeso il meccanismo del prezzo marginale, o fosse ridotta almeno l’Iva, o si evitasse di farla pagare anche sulle accise, lo Stato forse incasserebbe un po’ meno, ma la gente avrebbe subito la percezione del beneficio sulle proprie disponibilità finanziarie, dato che sono anni che assistiamo impotenti a bollette in cui la componente non riferita al consumo di gas o energia, sempre più spesso, supera il 50 per cento del totale.
Insomma, i tempi che si avvicinano, a prescindere se saranno bui o meno, sarebbero comunque adatti per tagliare, ridurre il peso dello Stato, e ridurre le tasse agli italiani, che non hanno la fortuna di appartenere al circoletto buono degli happy few di turno, che seduti su una comoda cadrega politica, suggeriscono metodi di risparmio energetico alle persone per scongiurare l’austerity, che caratterizzò le domeniche degli anni ‘70 di questo Paese.
Ecco, noi liberali saremmo per l’austerity applicata alla spesa pubblica, aiuterebbe gli italiani e le imprese in Italia, e renderebbe di più dei tentativi riparatori del mercato ai cui stiamo assistendo in questi giorni, o ci saremmo risparmiati di leggere la notizia dell’ultima follia in termini di bonus, istituito dal Comune di Roma per l’uso della bicicletta.
Negli anni ‘70 ci costrinsero ad andare a piedi, senza alcun bonus, oggi la sostanza rischia di non cambiare perché non sarà, eventualmente, un piccolo bonus a rendere la medicina di Stato meno amara.
di Elvira Cerritelli