mercoledì 30 settembre 2026
Ci sono fotografie che sembrano contenere un intero problema politico meglio di un convegno. Quella di Maricarmen Abascal, ottantasette anni, portata via in barella dalla casa madrilena nella quale aveva trascorso gran parte della propria vita, appartiene certamente a questa categoria. Qualunque sia il groviglio giuridico che ha condotto allo sfratto, è difficile guardare una scena del genere senza pensare che qualcosa non abbia funzionato. Una società civile non dovrebbe permettere che una persona anziana e malata venga lasciata senza una sistemazione dignitosa.
Il problema comincia subito dopo, quando dalla domanda su ciò che una società deve fare si passa a quella, assai meno valoriale ma non meno importante, su chi debba pagarne il costo. Si tratta di una questione su cui una parte della sinistra europea tende talvolta a compiere un curioso salto logico. Se il diritto all’abitazione è un diritto sociale, si sostiene, il diritto del proprietario deve arretrare quando entra in conflitto con esso. Ma manca un passaggio: perché dovrebbe essere proprio quel proprietario a finanziare un diritto che abbiamo deciso appartenga a tutti?
La collettività decide di essere solidale, ma presenta il conto a un cittadino soltanto. E questo - in senso politico e morale, non nel significato penalistico della parola - è un furto.
Le democrazie costituzionali conoscono limitazioni della proprietà, requisizioni ed espropriazioni per pubblico interesse, accompagnate dalle garanzie stabilite dalla legge. Il problema però è un altro, e riguarda la distribuzione degli oneri della solidarietà.
Se una comunità stabilisce che nessuno debba essere lasciato senza cure mediche, finanzia un sistema sanitario con le risorse della comunità. Se stabilisce che tutti i bambini abbiano diritto all’istruzione, costruisce scuole, assume insegnanti e distribuisce attraverso la fiscalità il costo di quel diritto. Sarebbe piuttosto singolare proclamare il diritto universale all’istruzione e poi stabilire che alcuni insegnanti, scelti dalla sorte, debbano lavorare gratuitamente perché le casse pubbliche non dispongono del denaro necessario.
Perché per la casa dovrebbe valere un principio diverso? La solidarietà consiste, in fondo, nell’accettare di mettere qualcosa di proprio a disposizione degli altri. Diventa una virtù assai meno impegnativa quando consiste nel decidere che qualcun altro debba mettere a disposizione qualcosa di suo.
Il caso spagnolo è in questo senso particolarmente istruttivo, perché la Spagna soffre di una carenza strutturale di abitazioni sociali. Secondo l’Ocse, gli alloggi sociali in locazione rappresentano soltanto circa il 3 per cento del patrimonio abitativo; per raggiungere la media europea occorrerebbe costruire o convertire più di 850.000 abitazioni aggiuntive. L’organizzazione giudica insufficienti rispetto alla dimensione del problema gli interventi finora programmati.
Non sarebbe tuttavia corretto sostenere che il governo di Pedro Sánchez non abbia fatto nulla. Nell’aprile 2026 è stato approvato il Plan Estatal de Vivienda 2026-2030, che prevede sette miliardi di euro in cinque anni, con almeno il 40 per cento destinato alla costruzione e all’acquisizione di abitazioni. Lo stesso Sánchez ha dichiarato nel settembre 2026 che erano state mobilitate più di 120.000 abitazioni in affitto a prezzi accessibili, riconoscendo contemporaneamente che quanto realizzato rimane insufficiente.
Ed è precisamente questo il punto: si è fatto assai meno di quanto sarebbe stato necessario fare, e soprattutto la sproporzione fra la consistenza del patrimonio sociale e le dimensioni della crisi abitativa rimane enorme.
Quando per anni non si costruisce abbastanza edilizia pubblica, non si acquistano abbastanza immobili, non si predispongono sufficienti fondi per sostenere chi non riesce a pagare l’affitto e non si crea una rete capace di accogliere rapidamente le persone vulnerabili, prima o poi ci si trova davanti a una Maricarmen.
E a quel punto esistono due possibilità: la prima consiste nell’ammettere che lo Stato sociale non ha funzionato abbastanza e nel provvedere con risorse pubbliche a farlo funzionare meglio; la seconda consiste nel trasferire sul proprietario dell’immobile il costo del proprio fallimento attraverso la legalizzazione di un furto.
Questa seconda soluzione può risultare particolarmente seducente: costa poco a chi la adotta e consente contemporaneamente di presentarsi come difensori dei deboli. Ma uno Stato sociale che distribuisce diritti universali finanziandoli selettivamente con il patrimonio di alcuni cittadini presenta una curiosa anomalia: socializza i benefici e privatizza i costi.
La questione, naturalmente, non riguarda soltanto Sánchez e neppure soltanto la Spagna. Riguarda l’Europa e riguarda molto da vicino l’Italia. Da noi la tensione tra i due principi è persino scritta nella nostra architettura costituzionale. La proprietà privata è riconosciuta dall’articolo 42, che contemporaneamente ne stabilisce la funzione sociale e consente l’espropriazione per motivi d’interesse generale con congruo indennizzo. Il diritto all’abitazione, d’altra parte, è stato qualificato dalla Corte costituzionale come diritto fondamentale collegato ai beni primari della persona.
Ma la stessa Corte ha stabilito a questo riguardo un principio fermo: la funzione sociale della proprietà non significa che un immobile abbandonato possa essere occupato da chi intenda soddisfare attraverso di esso il proprio bisogno abitativo. Il diritto all’abitazione non comporta, scrive la Corte, come mezzo sistematico “l’occupazione dell’edificio altrui”.
È difficile immaginare una formulazione più chiara del problema. Nessuno dovrebbe essere costretto a dormire per strada perché non possiede abbastanza denaro. Ma nessuno dovrebbe neppure essere trasformato, semplicemente perché possiede un appartamento, nell’ente assistenziale incaricato di risolvere il problema abitativo di qualcun altro contro la sua volontà.
Fra questi due estremi esiste precisamente lo Stato sociale. Lo Stato può costruire case popolari, può acquistare immobili sul mercato, può utilizzare e recuperare il proprio patrimonio inutilizzato, può sovvenzionare gli affitti delle persone economicamente fragili, può intervenire nei casi di morosità incolpevole, può, quando ricorrano le condizioni costituzionali, espropriare un immobile per interesse generale corrispondendo l’indennizzo dovuto. Può insomma fare moltissime cose. Una cosa, però, non dovrebbe fare: proclamare un diritto di tutti e mandarne la fattura a uno solo.
Torniamo allora a quella barella di Madrid. Il punto non dovrebbe essere scegliere fra Maricarmen e il proprietario dell’appartamento. È proprio questa alternativa a essere sbagliata. Una società sufficientemente ricca e organizzata dovrebbe essere capace di proteggere entrambi. Se le condizioni della donna rendevano indispensabile che rimanesse proprio in quella casa, esistevano strumenti attraverso i quali la collettività avrebbe potuto assumersene il costo. Se era possibile trasferirla, avrebbe dovuto esserle garantita preventivamente un’altra abitazione adeguata alle sue condizioni.
La domanda corretta non è dunque se venga prima il diritto alla casa o quello alla proprietà. La domanda è: chi deve pagare affinché il diritto alla casa diventi effettivo?
Se rispondiamo che deve pagare la comunità attraverso le proprie risorse, abbiamo una politica sociale, che potrà essere più o meno estesa, più o meno costosa, più o meno efficiente, ma che almeno assume coerentemente il significato della parola solidarietà.
Se invece rispondiamo che il costo può essere addossato al cittadino che ha avuto la ventura di trovarsi dall’altra parte del contratto, abbiamo inventato qualcosa di diverso: una solidarietà esercitata per procura. È certamente più economica, soprattutto per chi la proclama, e ha forse meno controindicazioni elettorali, ma sotto il profilo morale e politico rimane un furto legalizzato.
di Gustavo Micheletti