L’Ue di von der Leyen, la nuova casa del socialismo

venerdì 18 settembre 2026


Dietro le promesse di competitività e indipendenza, Bruxelles rilancia dirigismo, politica industriale e regolazione. Il mercato resta sotto tutela e la libertà economica arretra.

Il discorso sullo Stato dell’Unione, pronunciato da Ursula von der Leyen il 16 settembre davanti al Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo, ha almeno un merito: rende sempre più chiara l’idea di Europa che si sta consolidando nelle istituzioni comunitarie. È un progetto nel quale la politica pretende di conoscere la direzione verso cui deve muoversi l’economia e, forte di questa convinzione, seleziona le tecnologie da favorire, indirizza gli investimenti, individua le produzioni strategiche e arriva a correggere persino i comportamenti di imprese e cittadini. A fronte di ciò, quando i risultati tardano ad arrivare, raramente viene messo in discussione il principio che ha guidato quelle scelte; si conclude invece che occorrano maggiori risorse, nuovi strumenti e un coordinamento ancora più esteso.

Il punto è politico prima ancora che economico. Il socialismo storico puntava alla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e nessuno può sostenere seriamente che questo sia il programma della Commissione. Nondimeno, è sopravvissuto un nucleo di quella concezione: l’idea che esista una direzione della storia conoscibile in anticipo e che il potere politico abbia il compito di accompagnare la società verso quella destinazione. Ebbene, se il determinismo marxista affidava questo movimento alle presunte leggi della storia, il dirigismo contemporaneo lo affida piuttosto a piani, obiettivi, regolamenti, incentivi e divieti. In pratica, cambiano gli strumenti e le finalità, resta la presunzione di conoscere il punto di arrivo.

Il discorso di Strasburgo ne offre numerosi esempi. Il citato presidente parla di un’Europa che deve “tracciare la propria strada”, trasformare la propria politica industriale, conquistare maggiore indipendenza e rafforzare le proprie capacità produttive e tecnologiche. Il problema nasce quando a tracciare quella strada è il potere politico, perché nessuna Commissione, governo o assemblea di esperti possiede le conoscenze disperse tra milioni di individui necessarie per sapere quali tecnologie prevarranno, quali imprese avranno successo e dove il capitale troverà gli impieghi migliori.

È precisamente questa presunzione che il mercato smentisce ogni giorno. Prezzi, profitti e perdite non sono imperfezioni da correggere, sono strumenti attraverso i quali informazioni che nessuna autorità possiede vengono continuamente scoperte e coordinate. L’imprenditore che sbaglia perde il proprio capitale; il decisore pubblico che sbaglia può finanziare l’errore con il denaro dei contribuenti e, molto spesso, interpretare il fallimento come prova della necessità di un intervento ancora maggiore.

Negli ultimi anni l’Unione ha costruito un apparato regolatorio enorme, imposto obiettivi industriali e ambientali sempre più dettagliati, indicato tecnologie da favorire e altre da abbandonare, condizionato gli investimenti attraverso incentivi, tassonomie e divieti. Adesso scopre che il capitale tende a dirigersi dove trova condizioni migliori, che l’innovazione tecnologica corre soprattutto altrove e che le imprese europee devono sopportare costi e vincoli che ne limitano la competitività. Eppure, la risposta continua a essere la politica industriale: nuovi obiettivi, ulteriori strumenti e un coordinamento sempre più esteso.

La questione cinese rende la contraddizione ancora più evidente. Il capo dell’esecutivo comunitario ha definito insostenibile il deficit commerciale con Pechino e ha annunciato l’utilizzo degli strumenti disponibili per riequilibrarlo. Riaffiora la vecchia logica mercantilista che considera le esportazioni un guadagno e le importazioni una perdita, dimenticando che consumatori e imprese acquistano beni stranieri perché li ritengono convenienti. Rispondere alle distorsioni prodotte dall’intervento pubblico cinese con sussidi, barriere e altro intervento europeo significa replicare proprio il metodo che si pretende di contrastare.

Il paradosso diventa ancora più evidente con l’intelligenza artificiale. L’Europa possiede università eccellenti, capitale umano, risparmio e centinaia di milioni di consumatori. Nonostante ciò, le imprese protagoniste della rivoluzione tecnologica sono concentrate soprattutto negli Stati Uniti. L’apparato comunitario reagisce con strategie, programmi e regolamentazione. La domanda dovrebbe essere opposta: perché chi possiede un progetto tecnologico ambizioso trova spesso più conveniente cercare capitali e svilupparlo dall’altra parte dell’Atlantico?

La stessa impostazione emerge sulla casa, e qui le parole pronunciate a Strasburgo sono particolarmente rivelatrici. “Abbiamo appena proposto la prima legge europea sulla casa per contrastare gli affitti brevi e la speculazione immobiliare”, ha pure affermato von der Leyen, aggiungendo che “la casa non è un privilegio” e che si tratta di un diritto. Il problema abitativo viene così affrontato ancora una volta partendo dall’utilizzo del patrimonio e dalla necessità di correggere il comportamento dei proprietari, invece che dalle condizioni che determinano l’offerta.

Se mancano case, occorre rendere conveniente costruirle e metterle sul mercato, facilitare recuperi e trasformazioni, ridurre tasse e vincoli, garantire certezza alla proprietà e libertà alla locazione. Colpire chi investe nelle abitazioni produce l’effetto opposto: riduce l’incentivo a offrire proprio il bene che manca. Prima l’intervento pubblico restringe l’offerta, poi la scarsità diventa la giustificazione per intervenire nuovamente.

È qui che emerge il tratto più profondamente socialista dell’impostazione. Non occorre abolire la proprietà privata quando il potere può stabilire progressivamente come utilizzarla. Né serve nazionalizzare un’impresa se incentivi, standard, tassonomie, obblighi e divieti possono indirizzarne investimenti e produzione. E neppure è necessario un piano quinquennale quando la politica stabilisce tecnologie, obiettivi e scadenze verso cui deve convergere il capitale privato. La proprietà sopravvive nel titolo giuridico, mentre la libertà di disporne viene progressivamente subordinata a finalità decise altrove. Il punto di partenza dovrebbe essere quindi esattamente opposto. Il futuro non è conoscibile e proprio per questo deve rimanere aperto alla sperimentazione di milioni di individui che perseguono fini differenti. La concorrenza scopre ciò che nessun pianificatore può conoscere in anticipo; la proprietà fa ricadere su chi decide anche il costo dell’errore; il profitto segnala che risorse scarse sono state impiegate in modo apprezzato dagli altri, mentre la perdita impone di cambiare strada.

Ed è proprio von der Leyen, quasi involontariamente, a offrire la migliore conclusione. Ricordando i fondatori dell’integrazione europea, osserva che essi “non hanno mai scritto dove questo destino ci avrebbe infine condotto”. È vero. Ed è precisamente per questo che nessun potere politico può conoscere oggi quali tecnologie, imprese, investimenti e impieghi del capitale ci condurranno verso il futuro.

Questa è la contraddizione profonda dell’Europa descritta a Strasburgo. Si celebra un futuro aperto mentre si pretende di programmarne la direzione; si invoca la competitività mentre si moltiplicano i vincoli; si parla di indipendenza mentre imprese e proprietari dipendono sempre più dalle decisioni pubbliche. Se il Vecchio continente vuole davvero tornare a crescere, innovare e competere, deve rinunciare alla presunzione di conoscere in anticipo la strada che milioni di europei devono percorrere e lasciare che siano loro, attraverso proprietà, concorrenza, responsabilità e libere scelte, a scoprirla.


di Sandro Scoppa