Gran Bretagna verso gli anni Settanta

mercoledì 1 luglio 2026


Il probabile successore di Starmer promette più Stato, case comunali, controllo dei servizi e poteri fiscali ai sindaci. Una ricetta che l’Italia conosce fin troppo bene

Andy Burnham ha scelto Manchester per presentare la propria idea di Gran Bretagna. Il favorito per la guida del governo sostiene che l’economia britannica abbia smesso di funzionare per la gente comune dalla metà degli anni Ottanta e propone un ritorno al controllo pubblico di acqua, energia, trasporti e abitazioni, insieme a un vasto programma di case comunali e a una politica industriale guidata dallo Stato.

Il Daily Telegraph ha parlato di un ritorno agli anni Settanta. Il Daily Mail ha aggiunto un dettaglio simbolico: Burnham vorrebbe governare anche da un “Numero 10 del Nord”.

Il progetto viene chiamato “Manchesterism”. Il nome richiama però una tradizione opposta. La Manchester di Richard Cobden e John Bright è stata la città del libero scambio e della lotta contro i privilegi. Quella di Burnham affida invece sviluppo, investimenti, abitazioni e servizi ad amministrazioni e aziende pubbliche.

La contraddizione è evidente. L’ex sindaco di Manchester afferma che la crescita non possa essere ordinata dall’alto. Subito dopo propone un centro di comando incaricato di distribuire risorse, guidare la reindustrializzazione, organizzare la rigenerazione urbana e attribuire ai sindaci competenze su tasse, case e assistenza.

Whitehall cederebbe parte del potere a Manchester e agli altri centri regionali. Il comando cambierebbe indirizzo, non natura; anzi, si moltiplicherebbe.

È un equivoco ben noto in Italia. Il decentramento può avvicinare le decisioni ai cittadini. Diventa però dirigismo diffuso quando Regioni e Comuni stabiliscono dove investire, quali imprese sostenere, quali servizi controllare e quali imposte applicare.

La libertà non nasce trasferendo l’ufficio del pianificatore da Roma a Catanzaro o da Londra a Manchester. Nasce sottraendo decisioni al pianificatore e restituendole alle persone, alle imprese e ai proprietari.

Il capitolo più significativo riguarda la casa. Burnham denuncia la diminuzione degli alloggi comunali e promette il più grande programma di edilizia pubblica del dopoguerra. Attribuisce la crisi anche al Right to Buy introdotto da Margaret Thatcher. Le abitazioni vendute agli assegnatari non sono scomparse dal patrimonio abitativo britannico: sono passate dalla proprietà pubblica a quella privata.

Il nodo trascurato dal racconto laburista è l’insufficiente costruzione di nuove case, frenata da regole urbanistiche, limiti all’uso dei suoli, costi e tempi autorizzativi. La risposta consiste nel far tornare lo Stato costruttore, gestore e locatore, senza chiedersi perché edificare e recuperare immobili sia diventato tanto difficile.

La stessa domanda va posta in Italia, dove l’emergenza abitativa viene affrontata con piani, fondi, edilizia sociale e canoni regolati, mai con una vera liberazione dell’offerta. Costruire richiede procedure lunghe e incerte. Recuperare un edificio significa attraversare una selva di norme urbanistiche, edilizie, energetiche e paesaggistiche. Affittare espone il proprietario a tassazione pesante, regole mutevoli e tempi giudiziari incompatibili con la certezza del diritto.

A queste difficoltà si accompagna una cultura politica che considera il canone un prezzo sospetto e il proprietario un soggetto da sorvegliare. Quando l’offerta diminuisce e i prezzi aumentano, lo Stato non rimuove gli ostacoli che ha creato: introduce nuovi vincoli, controlli e sussidi. La casa finisce così per essere trattata come un bene a disposizione del potere, da regolare quando produce reddito e da colpire fiscalmente quando occorrono risorse.

Nella stessa logica rientra l’ipotesi, riferita dal citato Daily Mail, di maggiori prelievi sugli immobili di valore. Anche questo suona familiare. In Italia ogni nuovo progetto di spesa individua presto il proprio bersaglio nella proprietà immobiliare: manovre sui valori catastali, imposte patrimoniali, tributi locali, limiti agli affitti e nuovi obblighi.

La proprietà viene considerata una riserva fiscale sempre disponibile. Il proprietario diventa il finanziatore naturale delle promesse pubbliche, anche quando ha acquistato e mantenuto il bene con redditi già tassati.

Nemmeno il controllo pubblico sui servizi rappresenta una novità. L’Italia ha sperimentato imprese statali, municipalizzate e partecipazioni pubbliche. I costi non scomparivano: venivano trasferiti sui contribuenti, sul debito o sulla qualità dei servizi.

A completare il quadro, Burnham promette che la spesa pubblica sosterrà maggiormente i fornitori britannici. È la consueta illusione della politica industriale: il governo pretende di conoscere in anticipo imprese e settori meritevoli di capitale. Nasce così un capitalismo dipendente da sussidi, protezioni e commesse, nel quale l’imprenditore diventa postulante e il ministro distributore di opportunità pagate dai contribuenti.

Una politica liberale per la casa partirebbe dall’offerta: più aree edificabili, procedure semplici, recupero libero degli immobili esistenti, tassazione meno gravosa, contratti flessibili e restituzione rapida dell’alloggio alla scadenza o in caso di inadempimento.

Nei servizi servono concorrenza, libertà di scelta e responsabilità economica. Nel governo locale servono poteri limitati e competizione fra territori, non nuovi apparati con facoltà di tassare e pianificare.

Il progetto del leader laburista riguarda da vicino l’Italia. Mostra quanto facilmente il fallimento di un mercato soffocato venga attribuito al mercato stesso. Ogni vincolo che riduce l’offerta prepara la richiesta di un sussidio; ogni potere trasferito a un ente locale viene celebrato come libertà, anche quando accresce la dipendenza dei cittadini dalla politica.

La Gran Bretagna rischia di tornare agli anni Settanta. L’Italia corre un pericolo persino maggiore: scoprire di non esserne mai uscita.


di Sandro Scoppa