mercoledì 24 giugno 2026
Dietro l’eterna domanda su chi raccoglierà i pomodori si intravede un sistema che, anziché puntare su produttività e innovazione, continua a fare affidamento su sussidi e lavoro a basso costo.
“Chi raccoglierà i pomodori?”. La domanda è tornata nei giorni scorsi in un dibattito televisivo, riproponendo uno degli argomenti più utilizzati da chi considera indispensabile mantenere un flusso continuo di manodopera straniera a basso costo. L’immagine evocata è sempre la stessa: senza immigrati i campi rimarrebbero abbandonati, i raccolti marcirebbero e l’agricoltura italiana collasserebbe.
È una rappresentazione tanto suggestiva quanto semplicistica. E, soprattutto, rivela una visione singolare della dignità del lavoro. Se il principale argomento a favore dell’immigrazione è che esistono persone disponibili ad accettare paghe che altri rifiutano, allora si finisce per ammettere implicitamente che un intero settore produttivo sopravvive grazie a condizioni che vengono giudicate insufficienti per i cittadini italiani.
La storia, però, racconta qualcosa di diverso. Fino a pochi decenni fa, una parte consistente del lavoro stagionale veniva svolta da studenti, pensionati, lavoratori occasionali e persone che cercavano un’integrazione del reddito. In molte aree del Mezzogiorno e del Nord, negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, le raccolte stagionali costituivano una fonte di guadagno temporanea per migliaia di famiglie. Le condizioni erano certamente dure, ma i compensi risultavano più elevati rispetto a quelli che si sarebbero successivamente affermati con l’arrivo di una massa crescente di manodopera più vulnerabile e disposta ad accettare retribuzioni inferiori.
L’economia insegna che i salari non sono una grandezza immutabile. Se diminuisce l’offerta di lavoro, la domanda tende a spingere verso l’alto le retribuzioni e a migliorare le condizioni contrattuali. È il meccanismo che regola ogni altro mercato. Nessuno sostiene che, in assenza di camerieri o muratori, ristoranti e cantieri debbano necessariamente chiudere. Si presume, piuttosto, che le imprese debbano adattarsi.
Adam Smith ha spiegato che ogni individuo, perseguendo il proprio interesse, contribuisce indirettamente a soddisfare i bisogni altrui. Ludwig von Mises, a sua volta, ha ricordato che la divisione del lavoro e la cooperazione sociale nascono proprio dalla scarsità e dalla necessità di migliorare la condizione umana. La risposta alla scarsità non è quindi la paralisi, bensì l’adattamento. Quando una risorsa diventa meno abbondante, uomini e imprese modificano i propri comportamenti.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere chi raccoglierà i pomodori, ma a quale prezzo e con quali strumenti. Perché esiste anche un’altra strada: salari più elevati, maggiore meccanizzazione, investimenti tecnologici, produzioni più redditizie e organizzazioni più efficienti.
D’altronde, la storia economica dell’agricoltura è anche la storia della sostituzione del lavoro manuale con il capitale. Nel XIX secolo quasi l’80 per cento degli americani lavorava nei campi; oggi meno del 2 per cento produce quantità di cibo immensamente superiori. Non perché la terra sia diventata più fertile per miracolo, ma grazie alle macchine, ai fertilizzanti, alle sementi selezionate e ai progressi tecnici. Se si fosse ragionato secondo lo slogan odierno, ci si sarebbe chiesti chi avrebbe mietuto il grano senza migliaia di contadini armati di falce.
Carl Menger, il fondatore della Scuola Austriaca di economia, ha osservato che i beni di ordine superiore, cioè gli strumenti produttivi, consentono di ottenere in futuro beni di consumo più abbondanti e di maggior valore. Ciò vale anche per l’agricoltura: una raccoglitrice meccanica o una serra tecnologicamente avanzata sono beni che aumentano la produttività e riducono la dipendenza dal lavoro scarsamente qualificato.
Il paradosso è in realtà che una parte dell’agricoltura europea vive da decenni in una condizione artificiale. La Politica agricola comune distribuisce ogni anno decine di miliardi di euro sotto forma di aiuti e trasferimenti. Molte aziende sopravvivono grazie ai contributi pubblici, mentre il peso fiscale, la burocrazia e le regolamentazioni crescenti comprimono la redditività e riducono gli incentivi a innovare. Si socializzano le perdite e si rinvia continuamente l’adattamento a condizioni realmente competitive.
Così si crea una doppia dipendenza. Da un lato quella dai sussidi pubblici, dall’altro quella da una forza lavoro abbondante e poco costosa. Il risultato è un sistema fragile, che scarica le proprie inefficienze sui contribuenti e sui lavoratori più deboli.
Non è una coincidenza, del resto, che il caporalato colpisca soprattutto gli immigrati. La disponibilità di persone prive di reali alternative facilita forme di sfruttamento che nessuno considera accettabili. Il paradosso è che proprio chi denuncia queste condizioni finisce spesso per difendere un sistema che ha bisogno di un’offerta quasi inesauribile di lavoratori a basso costo.
Qui il problema economico diventa anche istituzionale. Quando il potere pubblico protegge gruppi particolari e interessi organizzati, l’equilibrio complessivo dell’economia viene alterato: le regole generali cedono il passo al privilegio, l’adattamento viene rinviato, l’innovazione perde convenienza. È ciò che accade quando sussidi permanenti e manodopera sottopagata consentono di rimandare i cambiamenti necessari.
Naturalmente, nessuno immagina che l’agricoltura possa fare a meno del contributo degli stranieri. Una società aperta e un’economia dinamica hanno sempre beneficiato della mobilità delle persone. Ma un conto è l’immigrazione regolare, inserita in un quadro di legalità e di libertà contrattuale; altro è ritenere che la competitività di un settore dipenda dalla possibilità di disporre di lavoratori disposti ad accettare condizioni che altri giudicano insostenibili.
La vera anomalia non è che qualcuno si domandi chi raccoglierà i pomodori. È che, dopo decenni di assistenzialismo, di sussidi europei, di ipertrofia normativa e di salari compressi, si continui a considerare inevitabile un modello che vive contemporaneamente di trasferimenti pubblici e di lavoro a basso costo.
Se un’attività può sopravvivere soltanto grazie ai contributi dei contribuenti e alla disponibilità di persone vulnerabili, il problema non sono i pomodori. È il sistema che si è costruito intorno ad essi.
E forse la domanda davvero scomoda è un’altra: se per continuare a produrre occorrono contemporaneamente sovvenzioni pubbliche e braccianti pagati tre euro l’ora, siamo sicuri che il problema siano gli italiani che non vogliono lavorare?
di Sandro Scoppa