Il Michigan e la rivolta contro il fisco morale

lunedì 8 giugno 2026


Quando lo Stato non sa più giustificare la propria spesa, inventa un nemico fiscale: il ricco, il produttivo, il contribuente visibile.

La notizia arriva dal Michigan, ma riguarda tutte le democrazie occidentali. Mentre la politica sembra avere una sola risposta a ogni squilibrio di bilancio ˗ aumentare le tasse su una categoria prima resa moralmente sospetta ˗ uno Stato americano guidato da una governatrice democratica e con un Senato statale controllato dai democratici ha scelto, almeno per una volta, di non seguire il riflesso punitivo dominante. Un’iniziativa referendaria promossa dalla coalizione progressista Invest in MI Kids per imporre una nuova addizionale del 5 per cento sui redditi considerati elevati non è riuscita a raccogliere le firme necessarie per arrivare al voto. La soglia era fissata a 500 mila dollari per il singolo contribuente e a un milione per la coppia. Non miliardari in fuga su yacht dorati, dunque, ma imprenditori, professionisti, famiglie produttive. Il Washington Post ha colto il punto: il Michigan è andato controcorrente rispetto alla moda del “tax the rich”.

La vicenda rompe il copione. Di solito la sequenza è sempre la stessa: si proclama un’emergenza, si afferma che mancano risorse, poi si individua una minoranza fiscale abbastanza piccola da non potersi difendere sul piano elettorale e abbastanza visibile da essere colpita sul piano simbolico. Il ricco diventa così non un cittadino con diritti, né un proprietario del frutto del proprio lavoro, ma una riserva pubblica da sfruttare.

È qui che la formula della “giusta quota” mostra la sua insidia. Presentata come criterio di equità, introduce in realtà un giudizio morale e sposta il prelievo dal rapporto tra contribuzione e servizi al terreno dell’appetito politico. Il caso Michigan lo dimostra bene: non disponendo di una platea sterminata di miliardari, la soglia del presunto privilegio è stata abbassata fino a comprendere professionisti, imprenditori e famiglie produttive. La retorica resta quella della grande ricchezza; il bersaglio reale diventa una fascia sempre più ampia della società. Oggi il miliardario, domani il milionario, dopodomani chi guadagna 500 mila dollari, poi il proprietario di due immobili o il risparmiatore prudente. Quando il principio diventa “prendere dove c’è”, nessuno è davvero al sicuro.

Non meno significativa è l’altra parte della vicenda. La governatrice Gretchen Whitmer, in carica dal 2019, aveva chiesto quasi 800 milioni di dollari di nuove imposte su tabacco, sigarette elettroniche e pubblicità digitale. Il Senato statale, pur controllato dai democratici, ha però approvato un bilancio da oltre 88 miliardi senza accogliere quell’aumento. Con cittadini già sotto pressione, costo della vita elevato e imprese in difficoltà, il prelievo non diventa più giusto solo perché viene presentato come tassa sanitaria, educativa, ambientale, digitale o sui vizi.

Le cosiddette “sin taxes” sono paternalismo fiscale. Lo Stato non tassa soltanto per incassare, ma per educare, orientare, punire. Il cittadino adulto viene trattato come un minore permanente. Il moralismo, però, è ambiguo: quei consumi andrebbero scoraggiati, ma il gettito che producono viene messo a bilancio. Così il vizio è condannato in pubblico e sfruttato in cassa.

Il caso dello Stato del Midwest, ex cuore manifatturiero dell’America, va osservato anche per contrasto. Associated Press ha segnalato alcuni mesi fa che diversi Stati a guida democratica stavano rilanciando proposte per tassare i redditi più elevati o le grandi ricchezze, tra cui California, Maryland, Minnesota, New Jersey, Washington e appunto il Michigan. La stessa tentazione attraversa l’Europa e riguarda direttamente l’Italia. Nella Raccomandazione di alcuni giorni fa sulle politiche economiche, sociali, occupazionali, strutturali e di bilancio del nostro Paese, la Commissione europea richiama l’elevato debito pubblico, la debole crescita della produttività e l’esigenza di rendere il sistema fiscale più “propizio alla crescita”; subito dopo, però, chiede di ridurre le agevolazioni fiscali ancora in vigore e di aggiornare i valori catastali. Il Country Report è ancora più esplicito: suggerisce di spostare parte del carico fiscale dal lavoro verso basi imponibili ritenute sottoutilizzate, segnala il mancato allineamento dei valori catastali al mercato e ricorda l’esenzione delle abitazioni principali dalle imposte ricorrenti sugli immobili. La formula cambia, non la logica, che resta identica: quando la spesa non arretra, il potere cerca nuovi serbatoi fiscali.

La politica contemporanea ama presentare tutto questo come equità. Separata dalla libertà, però, l’equità diventa soltanto una parola decorativa. Non c’è equità nel confiscare quote crescenti di reddito a chi ha avuto successo, né nel punire l’accumulazione di capitale: il capitale è investimento, impresa, occupazione, credito, innovazione, rischio. E non c’è equità nel trasformare la casa, il risparmio e l’eredità familiare in basi imponibili sempre disponibili.

Il linguaggio della “giusta quota” rovescia il rapporto tra cittadino e Stato. In una società libera, il reddito appartiene a chi lo produce e l’imposta è un’eccezione da giustificare, limitare, controllare. Nella mentalità fiscale dominante, invece, tutto sembra appartenere in via potenziale allo Stato, che poi lascia agli individui una parte di ciò che non ha ancora prelevato.

Per questo il fallimento dell’iniziativa nella terra di Detroit e dell’industria automobilistica conta più della sua dimensione locale. È il segnale che la narrazione del prelievo punitivo può incrinarsi. Anche dove l’elettorato non è ostile alla spesa pubblica, può emergere la consapevolezza che tassare sempre gli stessi non è una politica economica, è piuttosto una scorciatoia. E le scorciatoie fiscali hanno sempre un costo: fanno fuggire capitali, scoraggiano investimenti, riducono la prevedibilità, trasformano la ricchezza da risultato sociale in colpa pubblica.

Il punto non è difendere i ricchi in quanto ricchi. Il punto è difendere il principio per cui nessuna maggioranza deve poter usare il fisco come strumento di ostilità verso una minoranza. Oggi quella minoranza è composta da contribuenti ad alto reddito; domani potrà essere formata da proprietari immobiliari, risparmiatori, professionisti, commercianti, eredi, imprenditori, consumatori di beni non graditi.

In definitiva, il Michigan ha ricordato una cosa semplice: il bilancio pubblico non è un buco sacro da riempire a ogni costo con la proprietà privata degli altri. Prima di chiedere nuovi sacrifici ai cittadini, la politica dovrebbe dimostrare di saper ridurre sprechi, programmi, apparati, promesse e dipendenze. Controcorrente, oggi, è proprio questo: smettere di considerare il contribuente produttivo una preda legittima.


di Sandro Scoppa