martedì 19 maggio 2026
Sicurezza energetica e competizione con Russia e Cina
Il Piano Mattei non è semplice cooperazione internazionale. È il tentativo italiano di trasformare una vulnerabilità energetica in una strategia geopolitica mediterranea. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Roma ha dovuto ridefinire in tempi rapidi il proprio sistema di approvvigionamento, riducendo drasticamente la dipendenza dal gas di Mosca e spostando il baricentro verso l’Africa.
Da necessità economica, la sicurezza energetica è diventata politica estera. Nel 2021 quasi il 40 per cento del gas importato dall’Italia proveniva dalla Russia. Oggi quella quota è stata sostanzialmente sostituita da forniture africane, con l’Algeria divenuta il principale partner energetico. Ma questa riconversione non elimina il problema strategico: cambia soltanto il teatro geopolitico della dipendenza.
Il Mediterraneo allargato è infatti entrato in una nuova fase di competizione globale. La ritirata francese dal Sahel, accelerata dai colpi di Stato militari e dall’erosione dell’influenza di Parigi, ha aperto uno spazio immediatamente occupato da altre potenze. La Russia ha consolidato la propria presenza offrendo protezione militare ai regimi locali. La Cina, invece, ha rafforzato il controllo infrastrutturale attraverso la Belt and Road Initiative, assicurandosi accesso logistico a rame, litio, cobalto e terre rare.
In questo contesto l’Italia prova a costruire una terza via. Il Piano Mattei punta a differenziarsi dai modelli estrattivi tradizionali proponendo una narrativa di cooperazione paritaria, sviluppo condiviso e valorizzazione locale delle risorse. È qui che Roma cerca il proprio vantaggio competitivo.
La tradizione italiana in Africa non nasce oggi. Eni, sin dai tempi di Enrico Mattei, ha costruito relazioni spesso più flessibili rispetto agli approcci neo-coloniali di altre potenze europee. L’idea di coinvolgere i partner africani nella redistribuzione dei benefici economici ha consentito all’Italia di mantenere canali diplomatici relativamente stabili anche nei momenti di maggiore turbolenza geopolitica.
Il problema è che il contesto attuale è molto più duro rispetto al passato. La Cina investe da decenni capitali enormi, controlla infrastrutture strategiche e dispone di una capacità finanziaria che Roma non può eguagliare. La Russia offre invece sicurezza e protezione politica ai governi fragili, soprattutto nelle aree segnate da instabilità e terrorismo. L’Italia arriva più tardi e con risorse limitate.
I 5,5 miliardi previsti dal Piano Mattei rappresentano certamente un segnale politico importante, ma non bastano da soli a modificare equilibri consolidati. La vera sfida sarà trasformare la posizione geografica italiana in una funzione sistemica per l’Africa e per l’Europa. Qui entra in gioco il Corridoio di Lobito, infrastruttura strategica che collega le aree minerarie di Zambia e Congo al porto angolano sull’Atlantico. Non si tratta soltanto di una ferrovia: è una potenziale catena del valore che può collegare minerali critici africani, manifattura europea e sicurezza energetica continentale. L’Italia punta a inserirsi in questa rete come snodo logistico, industriale ed energetico tra Nord e Sud del mondo.
In prospettiva, Roma potrebbe diventare il terminale europeo di nuove rotte energetiche, digitali e minerarie. Una funzione coerente con l’interesse dell’Unione Europea a ridurre le dipendenze strategiche dalla Cina e dalle autocrazie ostili. Da questo punto di vista il Piano Mattei non è soltanto italiano: è pienamente euro-atlantico. Ma proprio qui emergono le fragilità più profonde.
Il modello cooperativo italiano rinuncia quasi completamente alle leve coercitive utilizzate dalle grandi potenze. Pechino vincola finanziamenti e infrastrutture a precise dipendenze economiche. Mosca garantisce sicurezza in cambio di allineamento politico. L’Italia, invece, scommette sulla credibilità relazionale e sulla reciprocità. È una scelta coerente con una visione liberale e riformista delle relazioni internazionali, ma anche più esposta al rischio di fallimento.
Il pericolo concreto è il free-riding geopolitico: Roma investe in infrastrutture, formazione e sviluppo locale, mentre altri attori raccolgono i dividendi strategici attraverso accordi esclusivi sulle risorse. Senza strumenti di pressione economica o militare, l’Italia rischia di finanziare stabilizzazione e crescita senza ottenere un accesso privilegiato alle materie prime critiche.
Esiste poi un secondo elemento di vulnerabilità: la continuità politica. Molti partner africani sono caratterizzati da forte instabilità istituzionale. Ma anche l’Italia soffre di una cronica difficoltà a mantenere strategie coerenti nel lungo periodo. E la geopolitica energetica richiede orizzonti pluridecennali, non cicli elettorali brevi. Per questo il Piano Mattei rappresenta una scommessa ad alto rischio ma inevitabile. L’Italia non può permettersi di restare spettatrice mentre Africa, Mediterraneo e Indo-Pacifico diventano il centro della nuova competizione globale per energia e risorse critiche.
Se il progetto riuscirà a creare interdipendenza reale, Roma potrà ritagliarsi un ruolo strategico nel nuovo equilibrio euro-africano. Se invece prevarranno frammentazione politica, debolezza finanziaria e assenza di visione industriale, il Piano Mattei rischierà di trasformarsi nell’ennesima occasione mancata: molti investimenti, poca influenza e nessun vero ritorno geopolitico.
di Riccardo Renzi