mercoledì 13 maggio 2026
Il 110 per cento lascia in eredità 174 miliardi di costo, crediti bloccati, cantieri incompiuti e migliaia di proprietari intrappolati: quando lo Stato promette lavori gratis, alla fine qualcuno paga sempre.
Il Superbonus è stato raccontato come una grande misura di rinascita. Doveva riqualificare gli edifici, rilanciare l’edilizia, sostenere l’economia, modernizzare il Paese. Oggi resta soprattutto come monumento all’irresponsabilità pubblica: 174 miliardi di euro di costo finale, quattro volte quanto preventivato, 4,1 miliardi di crediti bloccati dal Fisco nei primi tre mesi del 2026, migliaia di condomìni con lavori incompleti, imprese sparite e proprietari trasformati in ostaggi di una macchina normativa costruita sulla più pericolosa delle illusioni: quella del “gratis”.
Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, tra gennaio e marzo il Fisco ha fermato il 33 per cento dei crediti legati alle spese 2025, ritenendoli a rischio per illeciti e anomalie. In pratica, un euro su tre dei crediti emersi nell’ultima coda dell’agevolazione è stato bloccato. È un dato enorme, perché negli anni precedenti la quota dei crediti scartati era intorno al 3 per cento. Intendiamoci subito, non siamo davanti a qualche irregolarità fisiologica, ma all’esito prevedibile di un sistema che ha separato la decisione di spesa dalla responsabilità del costo.
Quando lo Stato dice a cittadini, imprese e condomìni che un intervento non costa nulla distrugge il primo presidio di prudenza economica: il prezzo. Quando il costo reale scompare dalla percezione di chi decide, l’impresa lavora sulla garanzia del credito fiscale e gli intermediari trasformano la promessa pubblica in moneta, l’intero circuito viene alterato. I prezzi salgono, la qualità si indebolisce, la fretta sostituisce la prudenza, il beneficio fiscale diventa più importante dell’opera stessa.
Il Superbonus ha prodotto un gigantesco azzardo morale. Ha detto al Paese che si potevano fare lavori a spese dello Stato, ma lo Stato – dovrebbe essere ormai chiaro a tutti – non ha soldi propri: dispone soltanto di risorse sottratte ai contribuenti presenti o futuri. Ogni credito d’imposta significa minore gettito; quel minore gettito si traduce in più debito o in maggiore pressione fiscale; e ogni promessa pubblica, prima o poi, presenta il conto a qualcuno. La politica, però, ha preferito vendere consenso immediato, occultando il costo dietro formule tecniche: cessione del credito, sconto in fattura, compensazione, detrazione.
Il bilancio definitivo parla di 174 miliardi di crediti d’imposta, che sarebbero saliti oltre 183 miliardi senza contestazioni e sequestri. Dal 2023 in poi, cioè dopo il primo tentativo ufficiale di chiudere il rubinetto del 110 per cento, la misura ha continuato a generare 98,3 miliardi di spesa, pari al 56,5 per cento dell’intero costo complessivo. È il segno di una politica incapace di fermare le proprie creature quando diventano incontrollabili. Ogni deroga, proroga o eccezione invocata in nome delle “situazioni in corso” ha aggiunto debito, incertezza e nuovi margini di abuso.
Il volto più drammatico della vicenda non è solo nei numeri della finanza pubblica. È nei condomìni rimasti intrappolati. Sempre il medesimo quotidiano economico segnala che almeno 4mila condomìni sarebbero nel limbo dei lavori non completati, con circa 2,3 miliardi di interventi prenotati ma non arrivati al traguardo. In molti casi si tratta di proprietari che hanno creduto alla promessa pubblica, si sono affidati a imprese nate dalla sera alla mattina, hanno visto aprire cantieri mai chiusi, lavori eseguiti a metà, materiali conteggiati ma non installati, asseverazioni non coincidenti con la realtà. E ora rischiano contestazioni, recuperi, sanzioni e interessi.
È qui che emerge tutta la crudeltà del paternalismo fiscale. Prima lo Stato spinge i cittadini dentro un labirinto di incentivi, scadenze, percentuali, asseverazioni, stati di avanzamento, cessioni e comunicazioni. Poi, quando il meccanismo salta, torna a bussare alla porta del contribuente. Il proprietario che non ha mai visto quei soldi in tasca può trovarsi esposto al recupero del credito illegittimamente fruito. A sua volta, il condominio che ha subìto l’abbandono del cantiere può essere chiamato a rispondere di requisiti non maturati. Chi doveva essere beneficiario diventa sospettato, debitore, vittima amministrativa.
La grande promessa pubblica si è capovolta in una sequenza di effetti opposti a quelli annunciati: contenzioso, cantieri incompleti, proprietari esposti a recuperi fiscali, nuovo debito. Il miglioramento del patrimonio edilizio è stato sommerso da una giungla di pratiche, crediti, blocchi, sequestri e verifiche. Nel contempo, il Superbonus ha rafforzato l’idea che la proprietà privata sia una materia da amministrare dall’alto, un campo sul quale il potere politico può intervenire distribuendo premi, imponendo obiettivi, orientando investimenti e decidendo quali lavori meritino sostegno. Ma la casa non è un terminale della programmazione pubblica. È il risultato di risparmio, lavoro, responsabilità familiare, autonomia individuale. Ogni volta che il potere pubblico trasforma il proprietario in destinatario di incentivi condizionati, lo rende meno libero: oggi lo seduce con il bonus, domani lo controlla con il recupero.
Il conto da 174 miliardi non è un errore contabile. È il prezzo di una menzogna politica: far credere che la ricchezza nasca dai crediti fiscali, che il denaro pubblico non abbia proprietari, che lo Stato possa violare le regole elementari dell’economia senza generare sprechi, frodi e ingiustizie.
In definitiva, il Superbonus passerà alla storia non come la grande stagione della riqualificazione edilizia, ma come uno dei più clamorosi fallimenti della politica dei bonus. Lo stesso ha comprato consenso politico al prezzo di mercato alterato, debito pubblico, vantaggi per i più scaltri, danni per i prudenti e migliaia di cittadini lasciati tra cantieri incompiuti e possibili pretese fiscali. È la fotografia perfetta dello Stato interventista: promette protezione, distribuisce illusioni e poi presenta il conto.
di Sandro Scoppa