Small is beautiful: è ancora possibile?

giovedì 30 aprile 2026


Negli anni Settanta diventò un must la locuzione “Small is beautiful”, il piccolo è bello dovuto alle circostanze storiche che consentirono alle piccole e medie imprese di sopravvivere meglio delle grandi imprese al tornado finanziario che colpì il mondo occidentale dopo la fine del “gold exchange standard” nel 1971. Oggi il mondo si ritrova con turbolenze ancora maggiori di quel tempo e la variabilità imprevedibile delle condizioni storiche, economiche-finanziarie e politiche è soffocante e tale da non riuscire a fare intravvedere una via di uscita, forse l’attenzione al ruolo delle imprese minori nel sistema economico, se sapientemente accompagnate, potrebbe essere una risposta al problema; ma proviamo a tracciare un quadro di riflessione e qualche considerazione sulla crisi del nostro tempo.

Nel 1971 Nixon dichiarò la fine del “gold exchange standard” che aveva regolato le transazioni monetarie internazionale dal 1944, quando a Bretton Wood vennero definite le condizioni che regolavano la stampa di carta moneta in funzione di una determinata quantità di oro, 36 dollari ogni oncia di oro (ora sono necessari 5000 dollari per una sola oncia). Nel 1971 gli Usa, a seguito della guerra del Vietnam e delle proteste studentesche, si trovarono nella condizione di fare debito stampando carta moneta ma senza avere più l’oro necessario per farlo, così unilateralmente Nixon decise di abbandonare il sistema di cambi creando le premesse della “rivoluzione finanziaria” che ha finito per travolgerci tutti. A fronte della svalutazione del dollaro, per creare la sua domanda, Kissinger si inventò il petrodollaro nel 1973 e, sempre nello stesso anno, venne creato il sistema Swift che regolava tutte le transazioni internazionali in dollari e scaricava sulle altre valuta un disordine monetario imponente. John Connolly, segretario al Tesoro, ebbe a dire: “Il dollaro è la nostra moneta ma è un problema vostro”.

L’Italia subì un’ondata inflattiva devastante con un’inflazione passata dal 4 per cento al 20 per cento, il barile di petrolio passò da 4 $ a 40 $ ed il tesoro avrebbe emesso Bot ad un tasso del 20 per cento; il rapporto del debito/pil passò in dieci anni al 90 per cento per effetto del dollaro e dell’effetto sul costo energetico. Cominciò la rincorsa al debito pubblico che fino a quel momento non era stato un problema e la finanza lo farà gonfiare e lo userà come strumento di destabilizzazione dell’autonomia dei singoli Stati, come avremmo sperimentato nel 2011 con l’attacco della finanza al nostro Paese.
In quei tempi burrascosi riuscimmo a creare le condizioni favorevoli alle piccole e medie imprese più agili e rapide nel cambiamento rispetto alle esigenze delle altamente mutevoli condizioni ambientali aiutandoci a vincere il dramma ed a creare un sistema economico che teneva e di lì nacque lo “Small is beautiful”. Le grandi imprese, travolte da una dinamica che non erano in grado di fronteggiare, andarono in grande difficoltà incapaci di raddrizzare i comandi, furono le piccole imprese a salvare il paese occupando il 92 per cento della mano d’opera. Il sud che fino al 1971 aveva ridotto la sua distanza dal nord, come dimostrava uno studio della Banca d’Italia, aumentò di nuovo la distanza perché le cattedrali del deserto che avevano sostenuto la crescita collassarono.

Ora ci troviamo in una simile situazione di caos internazionale con una volatilità monetaria che si muove indipendentemente dalle quantità reali perché i prezzi sono il frutto di manipolazioni, i flussi finanziari così manipolati sono scollati dal mondo reale e fanno i prezzi staccati dall’economia reale. Oggi vediamo i prezzi del petrolio che variano ogni volta che Trump cambia la sua opinione, sempre troppo spesso. I prezzi variano su aspettative e non su conoscenze razionali come l’Accademia ha voluto indottrinarci trasformando innaturalmente l’economia da scienza sociale e scienza esatta. Questa è l’evidenza dell’inganno globale creato ad arte consegnando premi Nobel sulla finanza razionale, per esempio, a Lucas nel 1944 con la tesi incontrovertibile che “i mercati finanziari sono razionali e non sbagliano mai nell’allocazione delle risorse”. Niente di irrazionale, per esempio, le piccole e medie imprese si trovano oggi con l’affanno di un sistema non governato da una Ue inesistente e dannosa nelle sue scelte e da un sistema di governo che sembra travolto dalla dinamica del debito e delle variazioni delle materie energetiche. Eppure, le imprese minori rappresentano un punto di forza per provare ad affrontare la tempesta per i seguenti motivi:

- l’adattabilità delle imprese minori favorisce un’elasticità al sistema economico meno traumatizzante rispetto alle imprese maggiori i cui costi si scaricano sul debito pubblico;

- la creatività del paese dipende dalla storia millenaria dell’artigianato e dalle piccole imprese che ne sono il frutto;

- le responsabilità sociali, fondamento del cambiamento, sono più forti e sentite perché più vicine al sistema locale;

- consentono un pluralismo decisionale ed un frazionamento del rischio imprenditoriale con un maggiore decentramento e diversificazione del sistema;

- le imprese minori hanno una maggiore sensibilità e rapidità nel cambiamento con un’economia di percezione del cambiamento più altro delle maggiori.

Ora una maggiore attenzione al ruolo delle imprese minori nel sistema economico può diventare ancora una volta una possibile via di uscita a condizione che si provi a capire la storia ed il cambiamento epocale che mette in crisi l’Occidente evitando di ricorrere ancora una volta a quelle idee che hanno generato la crisi, ma provando ad usare una strategia creativa.


di Fabrizio Pezzani