venerdì 24 aprile 2026
Ha perfettamente ragione la presidente del Consiglio dei ministri sulla stima (la stima non è un calcolo esatto) che ha fatto l’Istat e avallata dall’Eurostat sullo sforamento dal 3 al 3,07 circa (arrotondato per eccesso al 3,1 per cento) del rapporto Deficit-Pil. Dato statistico “stimato” che ha comportato il mancato obiettivo di anticipare di un anno il rientro dalla procedura d’infrazione per debito eccessivo dell’Italia. Dal 2021 fino al 2024 in sede di revisione dei dati stimati (probabilmente a settembre del 2026) ha sempre rivisto al rialzo il dato relativo all’ammontare del Prodotto interno lordo. Per determinare il parametro del deficit, la formula è: Deficit annuale-Pil nominale. È di tutta evidenza che se, in sede di revisione del dato definitivo del Pil, il denominatore il Pil nominale – risultasse più alto, il risultato potrebbe essere che già nel 2025 l’Italia era già rientrata nei parametri.
Ciò nonostante, resto convinto che il mancato raggiungimento dell’obiettivo del patto di stabilità e crescita di Maastricht – Deficit-Pil entro il 3 per cento – per anticipare di Pun anno il termine per il rientro dalla procedura di infrazione UE per debito eccessivo sia stato salutare per l’esecutivo di centro destra. Può, legittimamente, differire l’impegno assunto con la Nato per incrementare le spese militari (minor debito che avrebbe dovuto essere comunque preso a prestito) e giustificare nell’interesse del Paese di operare in maniera decisa sul lato della spesa cattiva derivante dal superbonus 110 per cento, dalla miriade di bonus e delle provvidenze pubbliche che si sono stratificate nel tempo sulla spinta di interessi particolari delle corporazioni. Potrebbe essere altresì ampiamente giustificabile un intervento correttivo sulla rottamazione quinquies ampliando il periodo di definizione agevolata inserendo anche tutti i carichi fiscali al 31 dicembre 2025. La timidezza del governo nell’affrontare in maniera definitiva il problema della reale capacità di riscossione dell’enorme “magazzino fiscale” che si è accumulato nei decenni passati è dirimente per ridurre non solo il rapporto deficit-Pil ma anche quello di abbassare il debito pubblico complessivo che oggi supera il 137 per cento del debito complessivo dello Stato.
L’ultimo dato utile che è stato pubblicato relativo ai crediti vantati dall’Erario dello Stato alla data del 31 dicembre 2024 ammontava alla cifra monstre di circa 1.300 miliardi di euro; dei quali, è unanime opinione degli esperti, che di questa cifra sono recuperabili tra i 100 e i 150 miliardi di euro. Le cinque cosiddette rottamazioni delle cartelle esattoriali che si sono susseguite negli anni, dalla prima alla quinquies, non sono state risolutive per una definitiva “pace fiscale”. Dai dati pubblicati ieri 23 aprile 2026 sul Il Sole 24 ore è emerso che sono state presentate solo un milione di istanze per la definizione agevolata su una platea di 7,5 potenziali beneficiari della definizione agevolata. Il motivo del probabile flop è che sono definibili solo i carichi fiscali, e non tutti, a partire dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2023. Immagino che non sia stata questa la versione auspicata della “pace fiscale” che avrebbe voluto il vice presidente del consiglio e ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini. È pacifico che per l’esecutivo quel maledetto decimale di punto ha effetti significativi sulle scelte politiche per l’elaborazione della Legge di Stabilità per il 2027. Quali ripercussioni avrà Istat qualora ancora una volta i risultati a consuntivo del Pil nominale fossero superiori a quelle stimate?
di Antonio Giuseppe Di Natale