Il miraggio del bonus, il conto della realtà

lunedì 20 aprile 2026


Quando l’intervento pubblico promette ricchezza, spesso distribuisce solo debito: il caso del Superbonus lo dimostra con numeri ormai difficili da ignorare.

C’è una cifra che dovrebbe bastare, da sola, a chiudere ogni discussione: circa 172 miliardi di euro. È il costo complessivo sostenuto dallo Stato per il Superbonus dal 2020 a oggi, in termini di detrazioni maturate e quindi di impegni a carico della finanza pubblica. Una somma enorme, che continua a crescere anche nel 2026, quando la misura è ormai formalmente chiusa. Solo nei primi mesi dell’anno, infatti, si registrano ulteriori 2,5 miliardi di oneri, legati a crediti fiscali maturati negli ultimi mesi di operatività della misura, frutto di un meccanismo contabile che rinvia nel tempo gli effetti della spesa pubblica.

Non si tratta di un’anomalia tecnica, riflette in pratica la conseguenza naturale di una scelta politica precisa: sostituire i segnali del mercato con incentivi artificiali, alimentati da risorse collettive. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Un intervento nato con l’obiettivo di rilanciare l’economia e migliorare il patrimonio edilizio si è trasformato in una gigantesca redistribuzione di ricchezza finanziata a debito, con effetti distorsivi profondi e duraturi.

Il dato più significativo non è soltanto l’ammontare complessivo, è piuttosto la sua dinamica. Anche dopo lo stop allo sconto fiscale, i costi continuano ad affiorare, dimostrando che la spesa pubblica non si esaurisce quando termina la norma, ma continua a produrre effetti nel tempo. È il riflesso di un sistema che premia l’accelerazione opportunistica – lo “sprint” finale dei cantieri – anziché l’efficienza economica.

È proprio qui che si annida l’errore tipico di queste politiche: si giudicano per gli effetti immediati, ignorando quelli successivi. Come ha osservato Ludwig von Mises: “gli effetti di breve termine sono diversi dagli effetti di lungo termine”. Ed è nel lungo periodo che emergono le distorsioni più profonde: debito accumulato, riallocazioni inefficienti, investimenti che si rivelano insostenibili fuori dal perimetro dell’incentivo.

Nel frattempo, il confronto con altre priorità rende il quadro ancora più evidente: per adeguare circa 50mila case popolari, lo Stato prevede un investimento di un miliardo di euro, meno della metà di quanto continua a essere assorbito dal Superbonus in un solo anno. È qui che emerge il nodo centrale: non tanto e non solo la scarsità di risorse, bensì il loro impiego distorto.

Quando il potere pubblico decide di intervenire in modo massiccio, alterando prezzi e incentivi, genera inevitabilmente effetti collaterali. I costi dei materiali aumentano, la domanda si concentra artificialmente, le imprese si orientano non verso ciò che è richiesto, ma verso ciò che è incentivato. In questo contesto, la ricchezza non viene creata: viene anticipata, redistribuita, spesso sprecata.

Il problema, dunque, non è solo contabile, è culturale. Si continua a credere che la crescita possa essere pianificata, che basti una misura straordinaria per attivare un circuito virtuoso. Nondimeno, l’economia non è un meccanismo che si accende con un decreto. È un processo complesso, fondato su informazioni diffuse, decisioni individuali e responsabilità.

Il Superbonus rappresenta, in questo senso, un caso emblematico. Ha dimostrato quanto possa essere potente – e al tempo stesso pericolosa – l’illusione di poter dirigere dall’alto le scelte economiche. Ha mostrato come l’intervento pubblico, quando si espande senza limiti chiari, finisca per produrre risultati opposti a quelli dichiarati.

Alla fine, resta il conto. Non solo quello finanziario, che sarà pagato negli anni a venire, ma anche quello istituzionale: un sistema che abitua cittadini e imprese a dipendere dall’incentivo, anziché dalla capacità di adattarsi e innovare.

E soprattutto resta una domanda, inevitabile: quante risorse, sottratte alla libera iniziativa e concentrate in un’unica misura, avrebbero potuto generare risultati ben più solidi se lasciate alla responsabilità diffusa di chi ogni giorno prende decisioni reali, non simulate da un bonus?

“Colui che non tiene conto della scarsità dei beni capitali disponibili – ha scritto ancora Mises – non è un economista; è un raccontatore di favole”.


di Sandro Scoppa