La realtà manipolata: quando l’economia diventa narrazione

venerdì 17 aprile 2026


Le parole sostituiscono i fatti: prezzi, profitti ed emergenze vengono riscritti dalla politica per giustificare interventi sempre più invasivi

Non è la realtà a cambiare per prima, è il modo in cui viene raccontata. Ed è lì che nascono gli errori più gravi. Nelle economie occidentali si sta affermando una trasformazione profonda: non si interviene più soltanto sui mercati, si interviene sul loro significato. Prezzi, profitti, crisi: tutto viene reinterpretato attraverso categorie che non descrivono, ma giudicano. Non si parla più di prezzi, bensì di “prezzi giusti”; non di profitti, bensì di “extraprofitti”; non di cicli economici, bensì di “emergenze permanenti”. Il linguaggio non accompagna le decisioni: le anticipa.

Anche autorevoli quotidiani internazionali come, ad esempio, il The Wall Street Journal hanno segnalato questa deriva: i mercati non vengono più letti, vengono corretti in base a criteri politici. E ciò che viene corretto non è mai un dato oggettivo, è piuttosto una rappresentazione già filtrata.

Il punto è semplice: queste categorie non appartengono all’economia, bensì al potere. Non descrivono fenomeni, li reinterpretano. Così facendo, li trasformano. Quando si definisce un profitto “eccessivo”, si introduce implicitamente l’idea che qualcuno debba stabilire quale sia il livello corretto. Allo stesso modo, per i prezzi, qualora siano definiti “ingiusti”, che porta a legittimare un intervento volto a correggerli. Il linguaggio diventa quindi il primo strumento operativo.

Questa trasformazione non riguarda solo le parole, investe anche il modo stesso in cui si percepiscono i meccanismi economici. Ciò che è strumento viene trattato come soggetto morale, ciò che è processo viene giudicato come intenzione. È così che il mercato smette di essere compreso e diventa un bersaglio. Come ha osservato Bertrand de Jouvenel, il “capitalismo” finisce per essere rappresentato, “come un mostro malvagio… e non come uno strumento, utile quanto una fornace, per la produzione di beni”.

Non si tratta di un processo casuale. A tal proposito Friedrich A. von Hayek ha spiegato che sono gli intermediari delle idee a determinare ciò che il pubblico percepisce come realtà: “Sono gli intellettuali a decidere quali opinioni debbano raggiungerci, quali fatti siano abbastanza importanti da essere comunicati e in quale forma e da quale angolazione debbano essere presentati”.

In questa prospettiva, la conoscenza non è mai neutrale: è sempre mediata. Le decisioni individuali e collettive si fondano su ciò che viene percepito come noto, cioè su rappresentazioni della realtà già diffuse e filtrate. Ciò che chiamiamo opinione pubblica è quindi il risultato di una selezione, non di una semplice osservazione.

E questa selezione non è innocua. Le idee vincono molto prima di diventare politiche, perché si affermano nei circoli culturali, nei media, nelle università. Quando raggiungono il pubblico, sono già state filtrate, semplificate e orientate. Lo stesso Hayek ha evidenziato che ciò che appare come conflitto tra interessi è spesso l’esito finale di una battaglia già decisa “in uno scontro di idee confinato a cerchie ristrette”.

Il problema, allora, non è solo la presenza di errori, è invece la loro sistematicità. Quando le rappresentazioni della realtà sono deformate, anche le decisioni che ne derivano lo saranno: “Le rappresentazioni della realtà – ha ancora scritto de Jouvenel – possono essere ingannevoli; e allora anche un’azione che appare razionale, fondata su mappe mal disegnate, finisce per risultare errata e potenzialmente dannosa”. La politica finisce così per correggere problemi che spesso essa stessa ha contribuito a creare.

In questo quadro, l’emergenza diventa la chiave di volta. Se tutto è emergenza, tutto è giustificato. Misure straordinarie, deroghe, controlli e imposizioni trovano legittimazione nella narrazione dominante. Quando l’eccezione si stabilizza, diventa regola. E quando diventa regola, smette di essere percepita come tale.

Il risultato è un’economia capovolta: imprese orientate al legislatore, investimenti guidati dalla regolazione, rischio scaricato anziché valutato. E il sistema, così, smette di adattarsi. A ciò si aggiunge un effetto ancora più profondo: la progressiva erosione della responsabilità. Prezzi da sistemare, profitti da colpire, mercato sotto accusa. Il resto è conseguenza: ogni risultato negativo ricade sul sistema, non sulle scelte individuali. Eppure, c’è un elemento ulteriore che spiega la forza di queste narrazioni: la loro capacità di sedurre l’immaginazione. Le visioni di un sistema ordinato, pianificato, “giusto” esercitano un fascino che le soluzioni graduali e imperfette non riescono a eguagliare. Le idee più generali, proprio perché vaghe, risultano più persuasive. Promettono ordine, controllo, direzione.

La realtà economica, tuttavia, non scompare perché viene ridefinita. Può essere distorta, rallentata, mascherata. Prima o poi riaffiora. E quando accade, il costo è più elevato: investimenti errati, risorse sprecate, crescita indebolita.

Il nodo, dunque, è culturale prima ancora che tecnico. L’economia non viene prima distorta dalle politiche: viene prima distorta dalle idee che le rendono possibili.

Per questo la sfida decisiva non riguarda le misure, ma le premesse. Né riguarda gli effetti, bensì il modo in cui li interpretiamo. Perché quando le parole smettono di descrivere la realtà e iniziano a sostituirla, l’errore non è più un incidente. Diventa un sistema.


di Sandro Scoppa