Nucleare, Testa (Flaei-Cisl): “Occorre convogliare risorse verso un grande progetto”

mercoledì 18 marzo 2026


“Meglio tardi che mai, dice il proverbio. Ma di certo la retromarcia della Commissione europea sul nucleare, che dev’essere valutata positivamente, dimostra quanto il furore ideologico astratto possa essere pericoloso. E quanto sia stato dannoso il dirigismo autoritario su questo tema di Bruxelles, peraltro orientato da un solo Paese, la Germania. Chi, come me e la mia organizzazione, lo aveva detto da tempo che ridurre la quota di nucleare dal mix di fonti energetiche in Europa avrebbe costituito un grave errore strategico dal punto di vista politico, economico e ambientale, ora non può che sperare in rapidi passi in avanti nella promozione del nucleare, anche attraverso piccoli reattori modulari”. Così Amedeo Testa, segretario generale della Flaei-Cisl, che sindacalizza i lavoratori del settore elettrico ed energetico.

Testa, lei subito dopo lo scoppio della crisi energetica a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina è stato tra i primi e pochissimi a parlare di ripresa del nucleare in Italia. Ma come la mettiamo con tempi e costi?

Per quanto riguarda i costi, da sola la crisi post invasione russa è costata a famiglie e imprese l’equivalente di molte almeno cinque centrali nucleari, oltre alle ricadute complessive sul sistema Paese. In alternativa, ci sarebbero le installazioni per le cosiddette rinnovabili, che vanno anche bene, ma solo in parte, perché non possono tecnicamente risolvere il problema del fabbisogno totale di energia e anche perché a loro volta sono tutt’altro che economiche. Faccio un esempio: per quanto messo in opera tra il 2010 e il 2014 gli italiani stanno sborsando qualcosa come 250 miliardi di euro spalmati in vent’anni. Sui tempi, poi, sono consapevole che le centrali nucleari non si costruiscono in qualche anno, ma se mai si comincia siamo sempre in ritardo. E accumuliamo ritardo nella sfida della competitività del sistema Paese. Ma se penso a cosa sia riuscita a fare l’Italia negli anni del cosiddetto boom economico c’è da essere ottimisti. C’è bisogno di coraggio e di visione, però, oltre che di progetti.

I critici del nucleare sostengono che l’Italia non avrebbe le competenze per recuperare il tempo, e il terreno, perduto.

Sicuramente c’è da fare un enorme sforzo e avere il coraggio di convogliare risorse economiche verso questo grande progetto piuttosto che disperderle in mille rivoli. Ma ricordiamoci che il nostro Paese primeggiava globalmente nelle conoscenze nucleari e che in giro per il mondo tanti professionisti italiani lavorano nel settore dell’atomo ad alti livelli e tante imprese italiane partecipano con ruoli di rilievo a programmi della massima importanza.

Alle spalle però ci vuole l’impegno politico…

Non alle spalle, ma prima di tutto.

E un piano operativo…

Tranne che per le attività di produzione e di vendita tutto dovrebbe tornare a essere accentrato sotto una sola società con un forte controllo pubblico. La Francia, a esempio, non ha mai liberalizzato e privatizzato più di tanto, per dire. E altri Paesi che, come il nostro, avevano liberalizzato e privatizzato, in maniera eccessiva direi, stanno tornando o sono tornati sui propri passi. Le infrastrutture energetiche, in specie quelle in regime di monopolio, stanno bene in mano statale e non in mano a privati, che per normale interesse tendono a fare profitti per se stessi, preoccupandosi un po’ meno del bene comune. Ma il comparto energetico è, al contrario, fondamentale per l’intero sistema produttivo e per il benessere collettivo.

Insomma, serve una visione…

Come quella che ebbe Enrico Mattei. Altrimenti per l’Italia il futuro sarà ancora più pesante del presente. La politica deve tornare ad avere una visione organica e di lunga gittata, con il coraggio che le è mancato negli anni più recenti. Un coraggio del quale, in un’epoca di intemperie politiche, economiche, militari, sociali quale l’attuale, la classe dirigente non può più difettare.


di Pietro Romano