lunedì 2 marzo 2026
La Cassazione qualifica come truffa i crediti fiscali inesistenti. Ma l’anomalia è un sistema che ha trasformato il fisco in fabbrica di ricchezza fittizia.
Le Sezioni Unite penali della Cassazione, con le recenti informazioni provvisorie nn. 4 e 5 del 2026 – l’annuncio con cui la Corte rende noto subito l’esito di una decisione che risolve una questione di particolare rilievo, in attesa delle motivazioni complete – hanno stabilito che le frodi sui crediti d’imposta legati al Superbonus devono essere qualificate come truffa aggravata e non come indebita percezione di erogazioni pubbliche. Il momento consumativo, hanno pure precisato, coincide con la creazione e l’immissione nel sistema del credito fittizio, attraverso fatture per operazioni inesistenti e l’attivazione dei meccanismi di sconto in fattura o cessione del credito. La decisione è giuridicamente coerente. Ma, proprio per questo, solleva una questione più profonda: non riguarda solo chi ha ingannato lo Stato, ma lo Stato che ha reso possibile un simile inganno.
Per comprendere il significato di questa pronuncia, occorre partire da un dato essenziale: il Superbonus non si è limitato a ridurre le imposte. Ha in realtà creato un sistema in cui il credito fiscale diventava una moneta autonoma, scambiabile, cedibile, anticipabile. Il valore non derivava da un risparmio reale, da un investimento produttivo o da un accumulo di capitale, ma da un atto amministrativo. Bastava infatti una fattura, un’asseverazione, una comunicazione telematica. La ricchezza nasceva in pratica da una dichiarazione.
In un simile contesto, la distinzione tra realtà e finzione diventava inevitabilmente fragile. Non perché gli individui siano più inclini alla frode, piuttosto perché il sistema stesso aveva spostato il confine tra ciò che esiste e ciò che è riconosciuto come esistente. Il credito non era il risultato di un processo economico, era invece il prodotto di una procedura normativa. E quando la ricchezza dipende dalla norma, essa diventa il luogo stesso in cui la ricchezza può essere simulata.
La Cassazione ha fatto ciò che le compete: ha ricondotto queste condotte nella categoria della truffa, riaffermando così che la creazione artificiale di un credito inesistente costituisce un inganno penalmente rilevante. Nondimeno, siffatta affermazione, pur necessaria, non esaurisce comunque il problema. Resta infatti intatto il meccanismo che ha reso possibile la trasformazione del fisco in una fabbrica di titoli.
Il punto decisivo è che il Superbonus ha invertito il rapporto tra economia e diritto. In un ordine sano, il diritto riconosce e tutela ricchezze che nascono dall’attività degli individui. Nel caso dell’agevolazione fiscale di cui si discute, invece, è stato il diritto a creare la ricchezza. Non a proteggerla, bensì a produrla. E ciò che il diritto crea, il diritto può moltiplicare, trasferire, annullare. In questo spazio artificiale, la frode non è un’anomalia, è sostanzialmente una possibilità intrinseca.
Intendiamoci, non si tratta di giustificare chi ha agito illegalmente: la responsabilità individuale resta intatta. Tuttavia è impossibile ignorare che il moltiplicarsi delle frodi è stato la conseguenza prevedibile di un sistema che aveva separato il valore dalla realtà. Quando il credito fiscale diventa uno strumento di politica economica, perde la sua funzione originaria e assume una dimensione puramente convenzionale.
La decisione delle Sezioni Unite segna dunque un passaggio importante, ma anche paradossale. Lo Stato interviene per reprimere penalmente le distorsioni generate da un meccanismo che esso stesso ha creato. Punisce le conseguenze senza mettere in discussione la causa.
Il risultato è un sistema in cui il diritto penale diventa il correttivo di errori normativi. Ma il diritto penale non può restituire realtà a ciò che è nato come finzione. Può solo stabilire chi deve sopportarne il costo.
Ed è qui che emerge la lezione più generale. Quando il potere pubblico pretende di sostituirsi ai processi spontanei di formazione della ricchezza, non elimina l’incertezza, la moltiplica. Non crea prosperità, crea illusioni. E prima o poi, quelle illusioni si trasformano in contenziosi, sequestri, processi.
La sentenza non è solo una risposta alla frode. È il riflesso di un fallimento più ampio: l’idea che la ricchezza possa essere prodotta per decreto e che il diritto possa sostituire la realtà senza pagarne il prezzo.
di Sandro Scoppa