Il patto di stabilità non è un dogma

venerdì 6 febbraio 2026


Il vaso è di coccio. L’Ue deve cambiare politica per evitare il declino. Che è soprattutto declino industriale. I dazi Usa, da una parte, e le incertezze legate agli equilibri geopolitici, dall’altra, stanno soffocando il settore in Europa. Il tutto in un contesto che ha fatto delle delocalizzazioni l’immagine plastica dell’autolesionismo europeo. E ora bisogna correre ai ripari. A Bruxelles sono tornati i sindacati dell’industria. Una mobilitazione davanti al Parlamento Ue e poi un incontro con gli eurodeputati italiani per esprimere preoccupazione sul futuro delle politiche industriali e della tutela del lavoro, e sulla necessità di investimenti.

“La legge di stabilità pone vincoli importanti ai singoli Paesi e l’unica deroga concessa è sugli investimenti nel settore militare. Dal nostro punto di vista, pensiamo invece che serva una deroga analoga per tutti gli altri settori industriali”, afferma Ferdinando Uliano, segretario generale della Fim Cisl. Per rilanciare l’industria europea, rileva, “serve un fondo Ue per gli investimenti, dedicato al rafforzamento dell’industria e dell’occupazione”. Si tratta “di un passaggio indispensabile per evitare che l’Europa venga schiacciata dai grandi blocchi geopolitici e per affermare un modello europeo in cui il lavoro, l’industria e la democrazia restino elementi centrali”.

Un fondo Ue significa, di conseguenza, secondo Uliano, cambiare l’attuale sistema di regolazione, “che è nato su condizioni economiche globali totalmente differenti da quelle attuali”, altrimenti “l’industria europea andrà verso un lento declino, con processi di deindustrializzazione importanti”. Il passo ulteriore, oltre agli investimenti, sostiene il segretario generale della Fim, è “la modifica del Patto di stabilità, per consentire deroghe per gli investimenti industriali e l’industria civile, non solo per quelli militari”. Finché “ci sono questi vincoli europei − rileva − non riusciamo a fare una politica di rilancio del sistema industriale e rischiamo di rimanere schiacciati tra dazi, conflitti geopolitici e l’azione aggressiva della Cina”.

“Ci chiediamo cosa si debba ancora aspettare. Mentre i lavoratori italiani attendono risposte precise, l’Europa, invece di essere unita e solidale, ha adottato politiche che hanno diviso gli Stati membri”, fa notare il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella. “Si è scelta una transizione senza regole − sottolinea − che poteva rappresentare un’opportunità per tutelare l’ambiente e l’occupazione, ma che così com’è rischia di distruggere industria e lavoro”. Ed è poi “inaccettabile”, continua, “che la risposta alla crisi industriale sia la riconversione delle fabbriche di auto in fabbriche di armi. La difesa è importante, ma per difendere l’Italia e l’Europa serve il lavoro: lavoro industriale, manifatturiero, di qualità. È il lavoro che riduce i conflitti, non il contrario”.

La mobilitazione del 5 febbraio fa seguito a quella di 1 anno fa, sempre davanti all’Europarlamento. Ma rispetto a febbraio 2025, fa notare Giovanni Rizzuto, segretario nazionale Femca Cisl, “abbiamo perso pezzi di settore importanti nella chimica, nel tessile abbigliamento, nella filiera automotive (vetro, gomma plastica, pelletteria e tessile). Perdiamo sempre più competitività e siamo in mezzo, come vaso di coccio, ai blocchi Usa e Asia. Su questo non c’è un’idea di politica industriale europea, non c’è visione di salvaguardia del lavoro manifatturiero”. Gli investimenti Ue, tuttavia, chiarisce Rizzuto, “devono essere condizionati al mantenimento dell’occupazione in Europa, del prodotto che deve essere fatto in Europa, dei diritti dei lavoratori e delle regole che tutelano il lavoro. Non c’è più tempo da perdere. Ogni pezzo di filiera che perdiamo non lo stiamo più recuperando: questo è l’allarme che lanciamo”. La transizione energetica, aggiunge, “non può diventare un costo per le imprese, ma un incentivo”. È un processo che “va gestito assieme, perché la partecipazione oggi è ancora più fondamentale: il lavoro non si crea per decreto, ma con un progetto comune”.

E non si crea neanche con la demolizione controllata di tutele e diritti del lavoro. La deregolamentazione dei diritti, osserva IndustriAll, il sindacato europeo dell’industria, mina la produttività, erode le competenze e rende vulnerabili lavoratori e imprese; uccide la fiducia e frattura le nostre società in un momento in cui c’è bisogno di unirsi verso un obiettivo comune e, nello specifico, di risposte industriali coordinate.

“Invece di affidarsi al dogma della deregolamentazione − scrivono in una nota le segretarie generali Judith Kirton-Darling e Isabelle Barthes − i governi nazionali dovrebbero impegnarsi a favore di una strategia fondata sulle reali esigenze della base industriale europea, incentrata su investimenti, concorrenza leale e solide condizioni sociali”. In questo senso, sono 6 le richieste prioritarie di IndustriAll Europe. L’Europa ha, prima di tutto, bisogno “di investimenti pubblici e privati coordinati per costruire una capacità industriale verde e socialmente responsabile”. Gli investimenti, non la deregolamentazione, sono la chiave per ripristinare la competitività. Tutto il sostegno pubblico, compresi gli appalti, si osserva, “deve essere accompagnato da condizioni sociali e di contenuto locale per garantire che gli investimenti rafforzino i siti europei e prevengano la delocalizzazione”. La transizione ecologica, avverte IndustriAll, non deve però lasciare indietro nessuno: decarbonizzare e digitalizzare non deve significare licenziare. L’Ue deve poi agire contro il dumping e la sovraccapacità produttiva globale, perché un’Europa competitiva necessita di condizioni di parità a livello globale, basate su standard di lavoro equi”. La deregolamentazione, dunque, “è una trappola”, poiché “non si vince con la corsa al ribasso”. Solo “gli investimenti in persone, tecnologia e posti di lavoro di qualità sono il vero fondamento di un’economia europea competitiva”.

Vanno, insomma, raddoppiati gli sforzi su ciò che ha sempre reso forti le industrie Ue: lavoratori qualificati, standard elevati, partenariato sociale e investimenti strategici.


di Pierpaolo Arzilla