venerdì 6 novembre 2026
Quando se ne va in silenzio un signore che ha sconvolto milioni di perbenisti, chi è in anta avanzati cerca di ricordare, ma molte cose non le saprà mai. Tinto Brass era l’erotismo griffato, viveva su quella linea un po’ nebulosa che divide la pornografia dalla fantasia erotica confessabile a corto raggio. Era i seni di Serena, appunto, Grandi. Era la Paprika pruriginosa che lanciò Debora Caprioglio, eroticissima fin dagli esordi. Ma è un fatto che Stefania Sandrelli non disse no quando le fu proposto di interpretare La chiave, uno dei primi film fortemente erotici del regista. E Claudia Koll fu felice di interpretare Così fan tutte. Un artista che raggiunge un grande successo controcorrente, o, almeno, contro l’immenso birignao dei soliti, finti perbenisti, diventa un simbolo e, a questo punto, è difficile distinguere il personaggio dall’uomo che lo anima. Nel 1993 ero inviato della Rai Emilia-Romagna. Alla fiera di Bologna arrivò Erotica tour, rassegna che aveva suscitato durissime polemiche, al punto che sedici anni dopo, Massimo Cacciari, al tempo sindaco di Venezia, tenterà invano di impedirne lo svolgimento a Marghera. Questo circo del sesso iniziò a girare per tutta Italia, da Milano a Reggio Calabria. Quando arrivò a Bologna, le folle impazzite che si aggiravano fra le corsie del proibito sembravano più attratte dai misteri di Tinto Brass, vera e propria attrazione, che dai corpi senza misteri delle ragazze negli stand.
Per lui era stata allestita un’isola, dove il sigaro, nella sua bocca, era il centro di una gravità davvero permanente. Quando mi arrivò in redazione un suo invito a cena mi fu difficile immaginare che il tavolo non sarebbe stato quello di un ristorante, ma la postazione intorno a cui il mondo camminava e si fermava, per scoprire chissà che cosa dei misteri erotici del mitico regista. Arrivo, mi accoglie con un sorriso che promette spasso. Dopo un minuto sembriamo vecchi amici, anche se è strana la prospettiva di mangiare tortellini con una folla festante intorno. Non mi ero chiesto se avrei avuto un po’ di imbarazzo nel conversare con un personaggio del genere, insomma, ci sono tanti volti noti che, al di fuori di set e paparazzi, vivono lontani dal proprio mito. Lui no, proprio no. Una scrittrice-pittrice-musicista-creatrice bolognese, non proprio giovane, quando seppe della mia prossima cena con Tinto, mi chiese, pregò, supplicò di presentarglielo. Io non sapevo che cosa risponderle, non avevo idea di come si sarebbe svolto l’incontro, ma lei decise di venire comunque: come per magia, un attimo dopo che gli avevo annunciato la probabile visita, Gil apparve con un vestito adatto alle circostanze. Tinto sorride, mi chiede se è l’amica, annuisco e, in contemporanea lui le estrae un seno dal vestito leggero e lo scuote come si fa quando si stringe una mano: lei era in visibilio, le altre donne intorno la invidiarono infinitamente. I maschi nel pubblico si prepararono a considerare quello un onore che forse sarebbe stato riservato anche alle loro compagne. Capii che tutti i riti hanno un senso e che morale, comportamenti, abitudini cambiano a seconda dei ruoli, dei miti, del senso delle cose, ma soprattutto del significato che si attribuisce a un incontro consapevole.
Gil fece come qualsiasi artista davanti a un divo, balbettò qualcosa per ottenere il farfuglio di risposta, quello di un vaccinato contro le richieste inevitabili. Ovviamente, seguì un giro di strette di tette, con imbarazzo per un paio di imprevidenti arrivate con girocolli difficilmente espugnabili. Quando ci sedemmo, mi guardò con l’aria di chi capisce che ogni lavoro implica precisi doveri. Fui bravo a non sciorinare battute evitando risposte scontate. Mentre intorno c’erano file ai peep show, topless bar, sexy shop più estesi di un ipermercato, apprezzai la disinvoltura di cenare come se fossimo a casa, e di parlare di qualsiasi argomento erotico come se l’argomento fosse l’ultimo album di un cantante o una passeggiata nel centro di Firenze. Il suo modo di vivere era naturale, naturalmente naturale. Solo così poteva trattare ogni cosa con lo stesso tono, quello di chi vede la normalità nell’incontrare una donna per strada e amarla lì, subito, perché è bello così. Fra un piatto e l’altro lo guardavo e mi chiedevo quanto uno come lui potesse avere di autentico, quanto fosse artefatto. Sicuramente l’erotismo era stato la fortuna che aveva saputo costruire, ma l’uomo era entrato nel personaggio che, a sua volta, aspettava un uomo che ne fosse degno. Per almeno novantatré anni.
di Gian Stefano Spoto