giovedì 5 novembre 2026
Wild Horse Nine, già osannato all’ultima Mostra del cinema di Venezia e rilanciato con squilli di tromba dai microfoni di Hollywood Party per bocca dell’ottimo Alberto Crespi, è a tutti gli effetti un bellissimo film. C’è però una condizione preliminare, un discrimine critico fondamentale da cui non si può prescindere: sgombrare il campo dall’equivoco di fondo e non scambiare quella che scorre sullo schermo per la solita, stantia e conformista propaganda antiamericana. Se infatti ci si ostinasse a prendere la pellicola sul serio, come sembra aver fatto una certa critica militante abituata a guardare il mondo con le lenti deformanti dell’ideologia anni Settanta, il lavoro mostrerebbe lacune vistose e una demagogia a buon mercato. Continuare a dare per scontato, con automatismo quasi pavloviano, che dietro ogni singolo sussulto, crimine o colpo di stato avvenuto in Centro e Sudamerica tra gli anni Cinquanta e Settanta vi fosse la regia onnipotente e tentacolare della Cia, è un esercizio pigro. È la vulgata comiziale di chi cerca sempre il grande vecchio a Langley per spiegare i fallimenti altrui. Ma la grandezza del film sta proprio nel fatto che la sua vera chiave di volta non è l’indignazione a tesi, bensì la satira più feroce, il paradosso spinto al limite del grottesco e un’autoironia sulfurea che distrugge dall’interno la mitologia spionistica del Novecento.
Se i produttori avessero voluto confezionare il classico santino progressista da prima serata, il melodramma civile col ditino alzato, avrebbero scritturato un George Clooney qualunque, perfetto per incarnare il tormento morale d’ordinanza con lo sguardo triste a favore di telecamera. Hanno scelto invece John Malkovich, e qui la partita cambia completamente di livello, perché Malkovich possiede quella cifra luciferina e disincantata capace di trasformare il dramma politico in una magnifica farsa dell’assurdo. La trama si muove con il cinismo secco di una condanna inappellabile. Malkovich veste i panni di un operativo di punta della Cia, uno dei killer più efficienti e fidati della vecchia guardia, uno di quelli che avevano davvero la licenza di uccidere e non si facevano troppi scrupoli morali. Quest’uomo, però, è arrivato al capolinea: un cancro lo sta divorando e i medici gli hanno lasciato ben poco da sperare. Consapevole del proprio destino, convince un vecchio amico ad accompagnarlo in un angolo remoto del pianeta, all’Isola di Pasqua, territorio cileno perso nell’immensità dell’Oceano Pacifico. Il patto tra i due è chiaro, spietato e intimo: quando i dolori si faranno intollerabili e il declino inevitabile, sarà l’amico a premere il grilletto per toglierlo di mezzo ed evitargli l’agonia finale, mentre la sopravvivenza quotidiana procede a suon di massicce iniezioni di morfina.
Il paradosso è che c’è un’intera cerchia di vecchi colleghi e mandanti che preferirebbe farlo fuori molto prima di quanto previsto dal suo patto privato. Il motivo è semplice: sapendo di non avere più nulla da perdere, la vecchia spia si concede il lusso più sovversivo e intollerabile per un apparato burocratico, quello di dire la verità su tutto e a tutti. Una verità spogliata di ogni retorica diplomatica, sbattuta in faccia al prossimo con sardonica crudeltà. Memorabile, a questo proposito, la sequenza in un bar dell’isola. Malkovich si trova davanti due giovani ragazze occidentali, animate dal tipico fervore terzomondista, femministe e comuniste convinte, entusiaste del loro viaggio e pronte a rientrare sulla terraferma. Con la calma glaciale di chi legge un referto medico, l’agente le gela sul posto: fatevi un favore, non tornate a Santiago del Cile, perché tra due settimane ci sarà il golpe militare e quelle come voi faranno una brutta fine, rinchiuse nello stadio a subire torture indicibili o buttate giù dagli aerei in mezzo al mare a fare i desaparecidos. Le due lo guardano incredule, scambiandolo per un vecchio pazzo che delira vaneggiando catastrofi impossibili. La frizione tra l’ingenuità delle fanciulle e la lucidità spietata del carnefice è una delle pagine migliori del cinema recente. Tutto il film procede su questo registro sarcastico e dissacrante, che tocca il vertice nell’inventario delle operazioni clandestine che la spia snocciola con naturalezza disarmante.
Quando gli chiedono conto del passato, il bilancio dell’intelligence americana diventa esilarante: il golpe in Guatemala è andato benissimo, il Cile è andato alla grande, l’invasione della Baia dei porci è andata male, un disastro su tutta la linea. E Dallas? Chiede l’interlocutore. Su Dallas dice Malkovich con un sorriso sornione è meglio non parlare. Dunque, nella logica rovesciata del film, se non se ne parla significa che è andata benissimo anche quella. E per suggellare l’iperbole, il protagonista sostiene perfino di conservare come cimelio personale il fucile col mirino telescopico che freddò John Fitzgerald Kennedy alla Dealey Plaza. Se lo spettatore si rifiuta di prenderlo come un trattato storico e accetta il gioco del paradosso, Wild Horse Nine si rivela una commedia nera straordinaria, che prende per i fondelli tanto il mito della Cia invincibile quanto le certezze di chi vede trame oscure a ogni angolo della terra. E su tutto giganteggia un John Malkovich monumentale, capace di recitare con un sopracciglio e di regalare una prestazione magistrale che meriterebbe senza discussioni la statuetta.
di Dimitri Buffa