“È andata così”: tempo scaduto

giovedì 22 ottobre 2026


Quale è il giudizio da dare sull’ultimo film (in uscita il 26 ottobre) di Gianni Zanasi, È andata così? Diciamo, che l’opera vista in un certo senso come un’assicurazione bonus-malus, che regola il prezzo del premio assicurativo in base alla condotta di guida del conducente. E in questo film si va sbattere più di una volta con la coerenza narrativa della trama, e il cast di tutto rispetto suona molto spesso come riempitivo di un percorso narrativo incompiuto e incerto. Tra i personaggi e gli interpreti, si citano: Michele Riondino (Tony); Valerio Mastrandrea (Christophe); Valentina Lodovini (Cecilia); Pier Luigi Pasino (Matteo); Leonardo Lidi (Guido); Alma Teresa Giardini (Elisa). Come si inquadra il film, nello specifico? Di solito è il Triangolo a sollevare le pruderie del pubblico, ma stavolta Zanasi decide di esagerare e crea addirittura il Quadrilatero, con tre uomini che amano, o hanno amato la stessa donna! La proprietà generale di quel luogo geometrico affettivo di partenza è che, qualunque sia la sua configurazione, la somma dei suoi angoli interni fa sempre 360 gradi. Quindi, niente di meglio che sfruttarne il parallelo, assegnando a ciascun personaggio il suo angolo specifico. Innanzitutto, Cecilia, la mantide religiosa alla buona, la quale governa il tutto a un angolo ottuso di 180 gradi. Poi, in subordine c’è suo marito (corrispondente all’uomo numero 3, l’ultimo arrivato), pari a un angolo retto di 90 gradi, con il quale è separata fuori casa. Nel senso che lui, manager artistico di quart’ordine, fa vita per conto proprio e convive con una donna francese un po’ ambigua e anoressica, ma adorabile.

Gli ultimi due quasi mariti, ma di certo padri dei due figli di lei, ovvero di un maschio più piccolo e di Elisa, la figlia più grande adolescente, corrispondono entrambi a due angoli acuti a 35 gradi, e portano i nomi, rispettivamente, di: Guido, padre del bambino, brocker pentito e fallito, che ha scelto come mezzo di purificazione la professione precaria di rider; Christophe, maschio e personaggio instabile ed eccentrico genitore di Elisa, alla quale nessuno augurerebbe un padre alieno di quel tipo. Già perché Christophe è un regista border-line assolutamente ego riferito, talmente all’avanguardia da essere stato epurato dal giro che conta a causa dei suoi eccessi artistici, che hanno provocato lesioni gravi a uno di suoi giovani attori. Nella giostrina ci si mette anche il fratello di Cecilia, Matteo (Pier Luigi Pasino), un satanista riluttante, protagonista di scene esilaranti con Valerio Mastrandrea, perché si rifiuta fino alla fine di aprire e chiudere una porta immaginaria. Ora, questo ben strano quadrilatero si ricompone per l’occasione nel casolare di Cecilia, obbligata dal vincolo imposto dalla Sovrintendenza a svendere il ristorante che le dava da vivere, a causa della scoperta di un affresco di epoca etrusca, collocato in una delle pareti della sala mensa in cui era in corso una ristrutturazione.

Motivo della loro simultanea presenza: l’arrivo in contropiede di un’assistente sociale e di uno psichiatra, incaricati di seguire personalmente il reintegro di Elisa nella famiglia di origine (quale? E questo è il tema vero del film), dopo un tentativo grave di autolesionismo per un bacio tradito. La cosa stupida e al contempo straordinaria, è che per solidarizzare con Cecilia accorrono tutti, ma proprio tutti, i compagni-mariti di tutta la sua vita. Non certo invitati dalla padrona di casa, ma impossibili da scacciare nemmeno sotto la minaccia di un fucile a pallettoni, lascito ereditario del padre cacciatore di lei. E i tre uomini, di cui francamente non si sa chi sia il peggiore, fanno del loro meglio-peggio per cercare di rasserenare Cecilia ed Elisa, la quale, essendo più giovane, curiosa e accogliente, apre alle diversità apparenti e sostanziali di quei tre strani padri e patrigni, ma sempre sotto le ali protettive della chioccia Cecilia. Ora, essendo i tre francamente spiantati, c’è da risollevare in qualche modo la situazione economicamente fallimentare della loro donna in comune. Così, è proprio Tony, da manager fallito ma con qualche briciolo di talento, a sfruttare un’occasione irripetibile, per cui l’amministrazione comunale locale intende sponsorizzare uno spettacolo teatrale affidato alla regia di Christophe, per un consistente contratto di ingaggio di circa sessantamila euro, finanziati da un fantomatico fondo europeo e da un politico che più cinico e opportunista non si può.

Ed è lì, nella estrema presunzione e arroganza di Christophe di mettere in scena nientemeno che Gli spettri di Henrik Ibsen, utilizzando come attori amatoriali tutti coloro che affollano temporaneamente il casale di Cecilia, che si sviluppano i vari drammi di chi improvvisa senza alcun talento, facendo soffrire il povero spettatore, ma mettendo in scena contestualmente se stessi, compresa la relazione con l’unica vera donna della loro vita e con i figli di lei. Teatro dentro e fuori, quindi, in cui tutti vedono e si vedono spettri, per cui alla fine qualcosa di buono partiranno di sicuro. Il finale è, a giusto titolo, a sorpresa.

Voto: 6,5/10


di Maurizio Bonanni