Visioni. “Trainspotting” torna in sala dopo trent’anni

giovedì 8 ottobre 2026


Ritorna al cinema il capolavoro ribellistico degli anni Novanta. A trent’anni dal debutto, Trainspotting di Danny Boyle approda nuovamente in sala in versione restaurata in 4k per tre giornate speciali: 19, 20 e 21 ottobre. Uscito nel 1996 e ispirato all’omonimo romanzo di Irvine Welsh, uscito nel 1993 e ripubblicato da Guanda nel 2017 nella traduzione di Giuliana Zeuli, il film di culto è diventato un manifesto sociale sceneggiato da John Hodge. Ambientato nella Scozia di metà anni Novanta, la pellicola racconta un Paese invaso dalle dipendenze, in un contesto storico caratterizzato da una forte crisi economica, politica e culturale. Il giovane protagonista della storia è un ventenne di Edimburgo, Mark Renton, interpretato da un adrenalinico e nichilista Ewan McGregor, che vive ai margini della società insieme a un gruppo di amici intenti a rubare, bere birra e a bucarsi: il sociopatico violento e alcolizzato Begbie (un irresistibile Robert Carlyle); l’introverso e affidabile Spud (un fumettistico Ewen Bremner); il cinico e provocatore dalla chioma ossigenata Sick Boy (un divistico Jonny Lee Miller); il disperato Tommy (un dolente Kevin McKidd), attirato irresistibilmente dall’effetto dell’eroina.

Con loro Mark conduce una vita lisergica, segnata dagli eccessi, dal sesso occasionale, dalla precarietà lavorativa e dalle continue prove di fuga. I numerosi tentativi di disintossicazione si alternano a ricadute e situazioni sempre più estreme. Il titolo, Trainspotting, si riferisce al termine inglese che indica il passatempo, diffuso soprattutto nel Regno Unito, di osservare e catalogare i treni. Nel film assume un significato metaforico diventando il segno della ricerca priva di una meta. L’attività monotona di chi guarda i convogli ferroviari diventa un’immagine della condizione dei personaggi, bloccati in una sorta di loop temporale fatto di coazione a ripetere, come nel Ricomincio da capo (Groundhog Day) di Harold Ramis: un ossessivo Giorno della marmotta senza via d’uscita. A caratterizzare l’intera opera è il celebre slogan “Choose Life” (“Scegli la vita”), al centro del monologo introduttivo del protagonista Mark Renton. Il significato del titolo richiama, con tutta evidenza, uno dei temi portanti che percorrono l’intera narrazione, tra la necessità di cambiare vita e l’impossibilità di passare all’azione. Un elemento dei sicuri punti forza del film è, senza dubbio, la colonna sonora: tra le più riconoscibili della storia del cinema, in scia del britpop, techno e rock underground degli anni Ottanta e Novanta. È emblematica la canzone Born Slippy. Nuxx degli Underworld, sinonimo della club culture britannica. Ma non solo. Tra i brani celebri della colonna sonora musicale figurano anche Lust for Life di Iggy Pop e Perfect Day di Lou Reed.

Dopo il notevole esordio di Piccoli omicidi tra amici (Shallow Grave) del 1994, scritto sempre da John Hodge, prodotto da Andrew MacDonald e interpretato dall’attore-feticcio Ewan McGregor, con Trainspotting Danny Boyle gira un film in cui ritrae una generazione senza ideali e senza scopo che non è interessata a trasformare la comunità in cui vive ma solo a scardinare i suoi meccanismi sociali più riconoscibili. Memore dei coevi insegnamenti tarantiniani, il cineasta originario di Manchester (nel 2009 premiato con l’Oscar per la Miglior regia di The Millionaire) è interessato, coscientemente, a scandalizzare il gusto dei cosiddetti benpensanti con un apologo amorale striato di irresistibili venature grottesche, che tuttavia, mette in guardia dal rischio del male assoluto della tossicodipendenza. I debiti, neppure troppo velati di Danny Boyle, rimandano chiaramente all’ultraviolenza mostrata da Stanley Kubrick in Arancia meccanica (A Clockwork Orange), all’iperrealismo viscerale del Martin Scorsese di Taxi Driver e all’umorismo nero dei fratelli Joel ed Ethan Coen di Barton Fink.


di Andrea Di Falco