“Sotto a chi tocca”: se il lavoro trova te

lunedì 5 ottobre 2026


Quando una selezione di lavoro ti accorcia la vita. E sì, perché il film di Giorgio Pasotti, Sotto a chi tocca (nelle sale italiane dall’8 ottobre) rappresenta un vero e proprio mercato degli inganni (marché de dupes), per cui nessuna merce (verbale) è originale, ma tutto può essere contraffatto e venduto ugualmente a peso d’oro, perché la hubris egotica di ciascuno dei sei personaggi in campo è certo che la comprerà pur di vincere. Tutti, a quanto pare, ben felici di partecipare a un’asta parzialmente etero-diretta da entità impalpabili, costruita solo con le parole di cui alcune originano sull’impronta grazie a un’iniziatica recita a soggetto da parte di qualcuno. Mentre altre invece risulteranno attentamente studiate, pianificate e messe a terra con una precisione da orologiaio. Dicendo così, andiamo un po’ alla cieca, parzialmente bendati perché l’intenzione scenografia e le note di regia ci restano oscure. Tutti i personaggi sono confinati ad arte, per l’intera durata del film, in spoglie stanze di riunioni aziendali, in modo che il soggetto reclutatore rimanga costantemente nel cono d’ombra. E questo malgrado il sorvolo dei droni che ci mostrano le grandi altezze di vetro e acciaio della sua sede torinese, proprietà di una non meglio specificata grande multinazionale, attrice del surreale avviso di vacanza di una top manager position. L’unico segno di vita (digitale) è costituito da un megaschermo attraverso cui una bella valletta-arbitro interloquisce con i sei candidati; mentre altrettanti cellulari sono posti davanti le sei sedute al posto dei microfoni. Il film avarissimo di esterni, si concentra in pratica sul suo cast prestigioso.

Del resto, questi sono i personaggi e gli interpreti: Giorgio Pasotti, il bello maledetto e sfacciatamente cinico Fernando Porta; Rocco Papaleo, alias Carlo Vasari, amico di Daniela, ultra ambiguo e sciupa femmine, a copertura di una natura sessuale incerta; Giovanna Mezzogiorno nelle vesti di una donna in carriera, Daniela Caluzzi, che finge melodrammi ma gioca da Circe; Stefano Fresi è Enrico Boni, impigliato come un pesce palla velenoso in traversie familiari; Giacomo Giorgio interpreta Giulio Sileri, il più giovane e in apparenza sensibile del gruppo; Linda Messerklinger recita la parte di Franca, casalinga mancata e facile preda degli altri cinque predator. Saranno proprio i messaggi personalizzati, lanciati nei momenti topici sui cellulari aziendali, temporaneamente personalizzati, a creare una caotica trama di giochi di ruolo, attraverso i quali di volta in volta verranno impartite al possessore pro-tempore specifiche istruzioni, per l’avvio di un meccanismo di esclusione, in grado di mettere all’angolo uno o più contendenti, per aver violato le severe regole del gioco, note a priori ai sei concorrenti. In primis, quella di non abbandonare mai la stanza in cui ci si trova, a meno che non sia un Caronte in divisa da vigilante a farvi da scorta, facendovi cambiare location o scortandovi a mensa. E proprio i telefonini saranno le feroci armi improprie con cui si combatteranno tutti i contendenti, nel tentativo metaforico di uccidersi uno dopo l’altro, finché ne resterà uno solo.

Il vincente? Giudizio sospeso con sorpresa nel finale, perché in una partita di poker, com’è noto, non esiste un punto in assoluto vincente. Non c’è poi nemmeno da chiedersi la ragione per cui proprio gli smartphone vengono scelti come moderne, astratte spade da samurai, per tagliare la testa del vicino di banco. Non sono forse questi oggetti tecnologici onnipresenti i simboli e gli oggetti cult di cui nessuna persona riesce più a fare a meno? Frammenti tutti uguali che messi assieme formano un immenso specchio mitico, in cui annega la saggezza e l’intelligenza dell’intera umanità, ormai prigioniera di una giostra impazzita, in cui le immagini, i suoni, le parole non servono più a crescere e riprodursi, ma a lasciarsi incantare dinnanzi a uno specchio di Narciso di pochi centimetri quadrati, perdutamente innamorati di se stessi. Tanto più, che se il mito doveva vedersela da solo con la propria perdizione, oggi invece ogni volto egotico può essere rilanciato in rete miliardi di volte, per essere riflesso in tutti gli altri specchi magici.

Oltre che profondamente hobbesiano, questo nostro mondo attuale si fa sempre più goebbelsiano, e i soggetti che amministrano gli affari del mondo, come i grandi fondi di investimento e le multinazionali da triliardi di dollari di asset, hanno del lavoro umano un concetto talmente svilente, che attira come una carta moschicida le intelligenze mercenarie più brillanti, plagiandole per la realizzazione dei propri, sempre più oscuri fini. Scomparso per sempre il “Sciur padrun da li beli braghi bianchi” che conosceva vita, morte e miracoli di ciascun suo dipendente, ed era pur sempre capace, in base alle circostanze, di dare ai suoi sottoposti un aiuto e un conforto paternalistico (ma sempre molto umano) nei momenti di difficoltà.

Ebbene, proprio questo tremendo lato faceless del potere economico e tecnologico globale è il grande convitato di pietra del film, in cui proprio tutti, vittime e carnefici, sono polli di allevamento per il più crudele esperimento sociale (assai peggiore della Shoah!) che mente umana abbia mai potuto escogitare. Non c’è, quindi, che da essere ben contenti se l’AI sostituirà presto molti milioni di lavoratori, che non hanno oramai la più pallida idea di come funzionino le mani, le sole che creano opere immortali; né la mente che le pensa. L’AI è solo un linguaggio statistico. L’uomo, invece, è miracolo biologico costruito in milioni di anni. Ma se, come dice il filosofo Umberto Galimberti, siamo tutti “funzionari d’apparato”, allora lasciamo pure che comandino le macchine.

Voto: 7,5/10


di Maurizio Bonanni