venerdì 25 settembre 2026
Perché proprio gli ebrei? È forse questa la domanda più difficile che attraversa la storia dell’antisemitismo. Non perché manchino le risposte, ma perché ce ne sono troppe. Gli ebrei infatti sono stati odiati perché considerati diversi e perché accusati di non volersi assimilare; perché poveri e perché ricchi; perché chiusi nelle loro comunità e perché troppo presenti nella società; perché identificati con il capitalismo e perché identificati con il comunismo; perché privi di una patria e, dopo il 1948, perché ne possiedono una. Sono stati perseguitati in società profondamente cristiane e in società largamente secolarizzate, sotto monarchie e repubbliche, da movimenti reazionari e rivoluzionari. Le giustificazioni cambiano con una facilità sorprendente a seconda delle circostanze storiche, ma l’oggetto rimane, e la straordinaria capacità dell’antisemitismo di sopravvivere alla scomparsa delle proprie giustificazioni suggerisce una domanda ulteriore: esiste, al di sotto delle cause storiche, un filo rosso emotivo capace di attraversarle? Una possibile spiegazione di tale sopravvivenza potrebbe essere ricercata soprattutto in due sentimenti elementari: la paura e l’invidia. Non si tratta di farne le sole “cause” dell’antisemitismo.
Le cause in grado di alimentare un simile fenomeno appartengono alla storia e sono religiose, economiche, sociali, culturali, razziali e politiche. Cambiano e si trasformano lungo i secoli ma al loro interno la paura e l’invidia rimangono come un filo rosso costante, capace d’innescare tutti gli altri fattori scatenanti, ovvero tutti gli occasionali pretesti storici, culturali, religiosi, economici e politici. Paura e invidia sono infatti disposizioni emotive che fanno da sfondo a quei pretesti, ovvero il fertile terreno psicologico sul quale circostanze diversissime possono produrre rappresentazioni sorprendentemente simili. La peste del Trecento non fu provocata dalla paura degli ebrei. Il nazionalismo ottocentesco non nacque dall’invidia nei loro confronti. La catastrofe tedesca successiva alla Prima guerra mondiale ebbe concause storicamente ricostruibili senza chiamare in causa né l’una né l’altra come fattori determinanti. Ma quando una società sconvolta dalla peste cercò qualcuno che avesse avvelenato i pozzi, quando il nazionalismo cercò un corpo estraneo alla nazione, quando una Germania sconfitta cercò qualcuno che l’avesse pugnalata alle spalle, l’ebreo poté diventare la risposta a domande completamente diverse. Il meccanismo emotivo e psicologico profondo che è all’origine dell’antisemitismo può infatti rimanere costante anche se innescato di volta da ragioni differenti. Abraham B. Yehoshua (nella foto) ha dedicato a questo problema delle riflessioni particolarmente interessanti in Antisemitismo e sionismo (Einaudi, 2004). Riprendendo un’intuizione di Leon Pinsker, Yehoshua ritiene che fra le molte spiegazioni dell’antisemitismo quella fondata sulla paura sia la più pertinente e profonda.
Lo stesso “sforzo spirituale che un ebreo deve fare per esistere come popolo – scrive – dev’essere superiore a quello di qualsiasi altro popolo e anche questo contribuisce probabilmente a creare paura”. Il punto forse più fecondo della sua analisi riguarda la sproporzione fra ciò che gli ebrei realmente sono e ciò che l’immaginazione antisemita attribuisce loro. L’antisemita non ha bisogno che l’ebreo sia potente, ma ha bisogno di immaginarlo potente. Se il razzista tradizionale tende a collocare l’altro sotto di sé e lo considera inferiore, ignorante e primitivo, l’antisemita compie spesso contemporaneamente l’operazione opposta: l’ebreo che immagina è pericoloso proprio perché gli vengono attribuite capacità straordinarie, perché viene considerato più astuto, più ricco e più organizzato, perché possiede relazioni invisibili e controlla qualcosa che agli altri sfugge. Non è semplicemente disprezzato, è temuto. E la paura che può suscitare è particolarmente resistente alla confutazione perché possiede la struttura del complotto. Se il potere ebraico è occulto, il fatto che non si riesca a vederlo non dimostra che non esista. Per chi crede al complotto dimostra, al contrario, quanto abilmente venga nascosto. Si tratta di una logica perfettamente impermeabile ai fatti, che ha purtroppo funzionato bene in epoche molto diverse.
Nell’Europa cristiana medievale la paura assume innanzitutto una forma religiosa: l’ebreo vive accanto al cristiano, ma non riconosce la verità che per il cristiano dovrebbe essere universale. È contemporaneamente vicino e lontano. Conosce le Scritture, ma le interpreta diversamente; abita nella città cristiana senza appartenere completamente alla Christianitas. A questa alterità si sovrappongono progressivamente immagini terrificanti: l’assassino rituale di bambini cristiani, il profanatore dell’ostia, l’avvelenatore dei pozzi. Durante la peste nera gli ebrei furono accusati di contaminare l’acqua e provocare l’epidemia. Il mito dell’omicidio rituale, nato nel Medioevo, provocò persecuzioni per secoli. Ciò che colpisce è la sproporzione: una minoranza piccolissima, spesso segregata, priva di eserciti e quasi sempre esclusa dal potere politico viene immaginata capace di provocare catastrofi che travolgono intere società. La debolezza reale e la potenza immaginaria convivono senza contraddizione. È uno schema destinato a ritornare ogni volta che si scatena una combinazione di paura e invidia. Yehoshua non attribuisce all’invidia una rilevanza analoga a quella che attribuisce alla paura, sebbene questi due stati d’animo siano spesso collegati.
Anche recenti ricerche di psicologia sociale attestano che non sono tra loro alternativi, ma piuttosto contigui. Per esempio, da tempo viene studiato il cosiddetto upward social comparison, il confronto sociale ascendente. Ci confrontiamo con qualcuno al quale attribuiamo qualità desiderabili: maggiore intelligenza, successo, ricchezza, prestigio, capacità professionale. Un confronto del genere non produce necessariamente disagio: esso può suscitare ammirazione, può stimolare l’imitazione e indurre a migliorarsi. Ma può anche trasformarsi in un self-threatening upward comparison: un confronto con chi percepiamo sopra di noi vissuto come minaccia al proprio Sé (ovviamente non in senso junghiano). Robert Leahy ha significativamente descritto l’invidia come uno status anxiety emotion, cioè come un’emozione legata all’ansia di status. Il successo dell’altro può essere vissuto non soltanto come un suo guadagno, ma quasi come una nostra perdita relativa. Se egli sale, io ho l’impressione di scendere; e proprio qui paura e invidia possono intrecciarsi. Ciò che invidio può farmi paura perché temo di uscire diminuito dal confronto. Naturalmente, non si tratta di una paura fisica, ma della paura di perdere posizione, prestigio, riconoscimento, sicurezza; oppure, più semplicemente, della paura che il valore dell’altro possa incrinare l’immagine che possiedo del mio.
Il confronto può allora produrre due movimenti opposti: posso ridurre la distanza salendo io; oppure posso ridurla facendo scendere l’altro. Gli studi di Niels van de Ven e dei suoi collaboratori sulle diverse forme dell’invidia hanno mostrato precisamente questa biforcazione. Una risposta può spingere all’emulazione e al miglioramento; l’invidia malevola tende invece alla svalutazione della persona invidiata. Come l’invidia, anche l’ammirazione – che quando è autentica non è mai acritica – nasce dal riconoscimento di qualcosa che l’altro possiede in misura superiore a noi, ma produce una risposta radicalmente diversa. Chi ammira infatti può riconoscere il valore di qualcun altro senza che questo provochi in lui una diminuita percezione del proprio valore. Non è necessario sostenere che le persone psicologicamente mature siano immuni dall’invidia, ma la ricerca sull’autostima suggerisce che un Sé più stabile sia meno incline a sviluppare le forme più malevole dell’invidia. Possiamo quindi formulare con maggiore precisione l’ipotesi dalla quale siamo partiti: quanto più il proprio valore è percepito come sicuro, tanto meno il valore dell’altro ha bisogno di essere trasformato in una minaccia. Il passaggio dall’individuo ai gruppi non può tuttavia essere dato per scontato, e su questo punto le ricerche più recenti diventano particolarmente interessanti.
Nel 2026 American Psychologist ha dedicato un numero speciale ad Antisemitism and Psychology. Uno degli studi propone un Dual–Threat Model of Antisemitism, un modello della doppia minaccia fondato precisamente sulla percezione del potere ebraico. Il risultato è illuminante, perché ne emerge che la medesima rappresentazione può alimentare ostilità in persone ideologicamente opposte. Chi desidera conservare determinate gerarchie sociali può percepire il presunto potere degli ebrei come minaccia alla posizione del proprio gruppo. Chi considera invece la disuguaglianza il principale male sociale può interpretare quello stesso presunto potere come minaccia all’eguaglianza. Cambiano le ragioni dichiarate, ma rimane l’immagine dell’ebreo troppo abile, astuto e potente. Altri studi recenti hanno esaminato gli stereotipi apparentemente positivi sugli ebrei: intelligenza, successo economico, capacità, istruzione. Il risultato è paradossale: persino una qualità positiva attribuita a un gruppo può, in determinate condizioni, aumentare la distanza sociale, generare risentimento e favorire rappresentazioni complottistiche. È difficile non riconoscere qui una delle contraddizioni caratteristiche dell’antisemitismo. L’ebreo viene disprezzato come inferiore e contemporaneamente temuto come superiore. Gli si attribuisce inferiorità morale e superiorità intellettuale; avidità e capacità economica; estraneità alla società e contemporaneamente un’influenza eccezionale sulla società stessa. In altri termini, devo svalutare ciò che mi minaccia proprio perché ne riconosco il valore o il potere.
L’alternativa sarebbe l’ammirazione, e la ricerca offre a questo riguardo anche un controesempio prezioso. Altri studi sugli atteggiamenti verso gli ebrei in Cina hanno infatti osservato che stereotipi relativi al successo economico, all’intelligenza e alla capacità non producono necessariamente ostilità, ma possono trasformare gli ebrei in modelli da imitare. In questo senso tali studi dimostrano che non è il successo degli ebrei a produrre antisemitismo, ma che il problema è come viene vissuto il confronto con quel successo. L’ammirazione critica conserva il valore dell’altro, mentre l’invidia tende a degradarlo. La prima dice: “Vorrei imparare da te quanto può aiutarmi a diventare ciò che sento di poter essere”; la seconda, invece: “Devo dimostrare che non vali ciò che sembri valere”. Si tratta grosso modo della stessa differenza che sussiste tra una persona matura e una rimasta a un livello di sviluppo psicologico infantile; ma si tratta anche di un’alternativa che è decisamente difficile da ignorare e che oggi ci pone di nuovo di fronte a una domanda cruciale: perché proprio gli ebrei hanno potuto suscitare questa devastante combinazione di paura e invidia?
di Gustavo Micheletti