venerdì 7 agosto 2026
Veramente siete convinti che, cinque ore di audizione sul caso Report in Commissione Rai rappresentino un lasso di tempo speso bene? Siete davvero convinti che commissioni, autorità varie e magistratura faranno tornare alla gente la voglia di fidarsi del giornalismo, delle inchieste?
Siete certi che il giornalismo televisivo di oggi informi? Non vi sembra piuttosto prevalgano volontà superiori degne d’un pifferaio magico? Intanto la gente guarda volentieri un film (anche vecchio) piuttosto che gli approfondimenti di certi programmi tivù: questi ultimi ormai dichiaratamente schierati con obiettivi di partiti sia d’opposizione che di governo, a volte con gli interessi affaristici di multinazionali e lobby. Il confine tra giornalismo e cinema non è mai stato così confuso come al tempo di YouTube.
Giornalismo e cinema dovrebbero differire principalmente per il loro obiettivo: il primo cercare d’informare il pubblico su fatti reali e verificabili, il secondo usare la finzione per esprimere la “settima arte” o raccontare storie.
Durante il periodo del Covid in troppi si sono accorti che il giornalismo non insegue più la notizia e la cronaca reale, non rispondendo più alle regole sui fatti. Un misto di politica e pseudo verità giudiziarie ha soppiantato l’informazione. E che fine avrebbe fatto l’obbligo etico verso la verità oggettiva? Qualcuno dice “in parte ci ha pensato un certo cinema”, interpretato da registi vocati alle inchieste sociali, al film di denuncia. Basti pensare allo sfruttamento dei bambini nelle miniere raccontato da Wim Wenders ne Il sale della terra, o alla denuncia circa il controllo digitale del tempo della vita fatta da Andrew Niccol con In Time.
Il cinema crea essenzialmente mondi visivi ed emozioni, ma cerca anche d’informare se la stampa è assente: certo è comunque una narrazione artistica, anche quando si ispira a fatti veri. E sappiamo che per convincerci privilegia l’impatto estetico ed espressivo, anche quando tratta fatti di pura cronaca. A conti fatti, il potere non sa più come fermare l’informazione, la consapevolezza dei popoli, la fuga di notizie.
LA GENTE NON CREDE ALLA TIVÙ
Sempre più gente preferisce guardare un film piuttosto che sciropparsi telegiornali, programmi generalisti e sedicenti approfondimenti ed inchieste smaccatamente di parte o comode al potere.
Va detto che il giornalismo vero ha le mani legate: querele, liti temerarie, richieste risarcitorie mirabolanti e proporzionali al patrimonio del presunto danneggiato. Intanto nelle grandi tivù impazza un giornalismo d’inchiesta a tesi: forse presumendo possano sempre funzionare superstizione e pregiudizio; elementi abbondantemente scandagliati da Peppino De Filippo nel mirabolante “Non è vero ma ci credo”. Gli spettatori fingono stare al gioco, ma quando non hanno un bel film per passare la serata: sanno benissimo d’essere a cospetto di verità giornalistiche supportate da inchieste giudiziarie lacunose. Risultato? La gente non crede più al giornalismo come alla giustizia.
Intanto il giornalismo a tesi impazza dalla Rai a Mediaset passando per La7 e oltre: è un modo di fare informazione partendo da un’idea già decisa, per poi cercare solo i fatti che la confermano. Così invece di partire dai fatti per arrivare ad una scoperta onesta, chi usa il “metodo a tesi” sceglie con cura solo le prove che piacciono alla propria tesi od ai “poteri committenti”. Gli elementi (o i fatti) che dicono il contrario, o rendono la storia più complicata, vengono nascosti, oppure sminuiti o lasciati da parte. Il “giornalismo a tesi” tenta il metodo del cinema, ma lo fa in modo noioso e grossolano.
IL CINEMA CI HA DETTO LA VERITÀ
Orson Welles, Vittorio De Sica, Alberto Sordi, Fritz Lang, Friedrich Murnau... ci hanno già detto tutto. Ed il “giornalismo istituzionale” di oggi si rivela inutile, se non dannoso e funzionale al potere. Del resto, l’uomo sortito dalla caverna intuisce tutto, anzi sa tutto, anche grazie alla sua atavica memoria odisseica. A conforto vi racconto una vecchia storia d’inizio secolo.
Mentre l’Europa veniva colta da dubbi, paure ed euforia per il nuovo millennio (il 2000), lo scrivente veniva rapito da un viaggio mitteleuropeo. Complice la conoscenza di Kyra Pahlen: autrice di un libro su Buddha tradotto in più di dieci lingue. Kyra è una nobildonna di padre russo, il regista Victor allievo di Stanislavskij, e madre storica voce della radio austriaca: Kyra nasceva che i genitori erano già molto avanti negli anni, e questo li motivava a trasferirle ogni conoscenza. La scrittrice mi chiedeva quanto fossi entusiasta di scrivere una sorta di “sceneggiatura aperta” sulla Vienna sotterranea ed esoterica: quindi su quella weltanschauung che dalle alpi bavaresi arrivava a lambire la più recondita plaga orientale del Vecchio Continente. Rispondevo si sarebbe trattato di fare “giornalismo a tesi”, una guida ad una sorta d’inchiesta, poi trasposta nelle immagini di un docufilm.
Una sera, ospite nel suo schloss a Staatz (manufatto eretto nel basso Medioevo su rovine romane) prendevo l’argomento anche con la madre di Kyra, che in gioventù aveva avuto la fortuna di conoscere i padri della regia cinematografica tedesca, austriaca e slava. Dissi alla madre di Kyra che, per un docufilm credibile necessitano testimonianze d’eccezione che travalichino il tempo. E la storica voce della tivù austriaca mi confessava d’aver conosciuto da giovanissima i già attempati collaboratori sia di Fritz Lang che di Friedrich Murnau: entrambi autori dei primi docufilm della storia del cinema mondiale. Lang (quello di Metropolis) che per il suo M - Il mostro di Düsseldorf si era servito di persone che erano state a contatto con Peter Kürten, il vampiro di Düsseldorf, e persino col il boia che nel 1931 ne eseguiva la decapitazione. Kürten per decenni aveva gettato nel panico la città tedesca, eseguendo omicidi rituali di cui volle attribuirsi ogni paternità ed esecuzione. Lo stesso Lang, che da sempre collezionava documenti e cronache, aveva premesso anni prima (con l’opera Il dottor Mabuse del 1922) quanto il mondo scientifico ed esoterico avessero confini nebulosi in quell’inizio ‘900; in cui si cercava di plasmare un nuovo uomo, libero dai limiti culturali e religiosi del passato.
Poteri dell’epoca sconsigliavano di trattare Il Mostro. Sia il Dottor Mabuse che il Mostro di Düsseldorf venivano forgiati su crudi fatti di cronaca, a cui era difficile dare una spiegazione. Oggi notiamo quanto Lang abbia dimostrato più coraggio del salotto televisivo che, sotto Covid, bollava il “caso Epstein” come complottismo.
SERVI DEL MOSTRO DI POTERE
I riti di sangue, il procacciare schiave del sesso, le violenze ed il cannibalismo fanno parte della storia dell’umanità. Nemmeno la modernissima Francia degli anni ‘70 volle credere al cannibalismo rituale di Jean-Bédel Bokassa (ex presidente della Repubblica Centrafricana): anzi i “servizi” francesi evitarono per decenni la notizia finisse sui giornali. Negli ultimi tempi il caso Epstein stava subendo lo stesso trattamento. Ma le notizie sono come l’acqua o l’olio, spesso trovano modo di fuggire al contenitore.
Dopo il film di Lang sul Mostro di Düsseldorf, i giornali tedeschi trovarono il coraggio di pubblicare fatti relativi all’arresto di “gente bene” che giocava con la vita di bambini, donne ed esseri inermi: evidentemente una moda in certi salotti esclusivi.
Murnau andava anche oltre, era quasi in competizione con Lang: nel 1922 realizza Nosferatu il vampiro: opera che non ha nulla in comune col Dracula di Bram Stoker (opera di fantasia ispirata dalle leggende dell’Europa centrale). Murnau usa l’escamotage di Max Schreck per vestire i panni del conte Orlok: ma evita volutamente di rivelare le fonti cecoslovacche e ungheresi circa le ritualità di sangue che lo avevano ispirato.
Max Schreck è anche la fonte, e Murnau gli giura di non rivelare circostanze che possano indicare i discendenti della setta di sangue. Parlare cent’anni fa di probabili vampiri era un po’ come oggi rivelare tutte le ritualità sull’isola di Jeffrey Epstein? Probabile, visti i rapporti tra gli aristocratici discendenti di Erzsébet Báthory e gli influenti von Eppstein bavaresi: ma nessuno di loro riusciva a fermare le pellicole di Murnau o di Lang.
Eppure, la gente ancora oggi reputa la storia di Jeffrey Epstein sia frutto di complottismo o di affari che riguardano la riservata malvagità di super ricchi e potenti. Comunque, una storia gonfiata dai media. Forse perché la gente normale è fondamentalmente buona, priva di certi istinti.
IL POPOLO E LA VERITÀ
In un tempo lontano, cinema e giornalismo erano tutt’uno: ma anche i cantastorie passavano i guai. Perché il potere non ha mai concesso si dica la verità ai popoli. Un certo cinema, attraverso narrazioni romanzate, probabilmente ci ha rivelato più verità della televisione italiana di oggi. Ma rimaniamo all’esempio di cui sopra.
Nel 2000, il regista Edmund Merhige va nelle sale con un tributo a Murnau, L'Ombra del vampiro. Nella pellicola interpretata da Willem Dafoe, John Malkovich e Udo Kier compaiono fotogrammi con Gustav von Wangenheim, Friedrich Max Schreck, Greta Schröder: attori che avevano partecipato al film di Murnau del 1922, trascinati dal regista nel lugubre viaggio in un castello ai piedi dell’Alpe carpatica. Lì viveva un nobile senza età, a cui era legato Max Schreck. Gli attori vennero vincolati al segreto dalla produzione. Ma Greta Schröder negli anni ‘70 (moriva anzianissima nel 1980) rivelava che Murnau li aveva trascinati nel castello di un discendente della contessa Báthory, persona che usava il sangue altrui per allungare la propria vita: sarebbe stato Max Schreck ad indicare il maniero cecoslovacco a Murnau.
L’opera di Edmund Merhige è una sorta di “giornalismo a tesi”, per certi versi un docufilm molto avvincente ed evocativo rispetto ai finti ladri di polli raccontati nel giornalismo di oggi. Ecco perché un vero Report su Jeffrey Epstein potrebbe tirarlo fuori solo Hollywood, ambiente cotanto contiguo agli interessi del presunto defunto 007 faccendiere.
Del resto, con la stretta Ue sull’informazione, oggi necessita anche chiedersi chi protegga il menestrello e perché lo faccia. Tutto questo l’uomo di strada lo sa bene, ecco perché non crede più alla televisione.
di Ruggiero Capone